Yoro

Yoro
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Non è una confessione, né una autodenuncia o una giustificazione. H sa quello che ha fatto e non intende pentirsene. Perché finalmente ha conosciuto la gioia, dopo una vita ammantata di tristezza. Così tante tristezze, una dopo l’altra, da viverne con una dose costante, di mantenimento; qualsiasi nuovo dolore non potrebbe coglierla di sorpresa o buttarla giù. Non le importa di aver commesso un crimine o se adesso, per quanto ha fatto, verrà accusata, uccisa o chissà che cosa. H vuole solo raccontare la sua storia, perché da sempre le è stata negata la possibilità di essere libera, di mostrarsi per quella che è, di manifestarsi e dire la sua verità. Per questo ha deciso di chiamarsi H, perché, in altre lingue che non sono la sua, la acca è una lettera muta. E muta H lo è stata per troppo tempo. Così comincia il suo racconto, pagina dopo pagina, che ha genesi ad Hiroshima e termina nella Repubblica Democratica del Congo. Nel mezzo, l’evento che ha cambiato per sempre non solo la vita di H ma la Storia stessa: Little Boy, la bomba che alle 8.15 del 6 agosto 1945 è stata sganciata su Hiroshima. H era lì, ne ha visto gli effetti devastanti, ne racconta tutti i drammatici dettagli, in modo preciso e definito, perché non vuole, non può dimenticare. H è riuscita a sopravvivere. E l’ironia della sorte vuole che quell’abominio, quella bomba dagli effetti catastrofici le abbia rivelato la sua vera natura e le abbia permesso di vivere, poi, con la sua nuova identità...

Questo non è un libro che concilia il sonno. Al contrario, scuote fortemente e brutalmente le coscienze, non può essere altrimenti. Sembra quasi un raccoglitore delle più atroci e tremende violenze perpetrate dal genere umano, in ogni luogo, in ogni epoca. I particolari, così necessari alla storia, e così disturbanti, scandalizzano, rabbuiano, fanno pensare. Eppure non si percepisce la voglia di provocare della scrittrice, definita una delle più promettenti voci spagnole contemporanee, piuttosto quella di sensibilizzare e di lanciare un appello. C’è un episodio, all’interno del libro, che secondo me spiega alla perfezione l’intento dell’autrice. Una certa V, vittima di violenze, si trova a raccontare la sua esperienza durante un incontro informativo sulla situazione delle donne in Congo. Quanto racconta è così agghiacciante che alcune persone fra i partecipanti urlano, svengono, non vogliono sentire. V resta ferma, e non batte ciglio davanti alla richiesta di interrompere il proprio racconto. Dice semplicemente “Je suis désolée. Non volevo ferirvi, ma il Congo ha bisogno di aiuto”. Ecco, mi sembra che l’autrice si ponga nella stessa maniera, facendosi portavoce di un’umanità che ha bisogno di aiuto, non nascondendoci nulla. Marina Perezagua, vincitrice del Premio Sor Juana nel 2016 proprio con questo romanzo, ha messo a frutto il fatto di aver vissuto sia in Giappone che in America, insieme a numerose ricerche, per scrivere una storia amara, senza vincitori né vinti, ma nella quale si intravede comunque la possibilità di una pace, che parte necessariamente dal coraggio di essere se stessi.



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