Yuki

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Milano, gennaio 2015. Una scrittrice, arrivata alla fine di un rapporto amoroso molto intenso e spinta anche dall’editore che preme per avere un romanzo biografico che racconti di amori tormentati, decide di lasciare la città per vivere alcuni mesi in Lapponia, dove ha vissuto anni prima e della quale ha un bel ricordo. Da Milano a Copenaghen, da Copenaghen a Stoccolma, la scrittrice arriva poi a Umeå, da dove prosegue fino al piccolo paese di Ammarnäs, luogo in cui il mondo sembra finire. La donna, ospite in un cottage di proprietà di due amici e situato sulle rive di un lago ghiacciato, si isola dal mondo con un bagaglio di musica e cibo, per dimenticare un amore finito e iniziare a scrivere un libro che sembra proprio voler parlare della sua vita. Le giornate scorrono lente, in contemplazione di un paesaggio maestoso, sovrano, seguendo i ritmi della luce e del buio di una stagione artica che comanda sopra qualsiasi orologio. Nel frattempo la storia di Diana, la protagonista, comincia a prendere forma e cresce con l’invecchiare dell’inverno e con l’arrivo del disgelo primaverile. Ed è in questo ambiente isolato e affascinante che avviene l’incontro tra la scrittrice e uno splendido esemplare femmina di lince europea. Le due creature si studiano per alcuni giorni, ma la donna poco a poco riesce a conquistare la fiducia della lince che non sembra più temerla e alla quale dà il nome di Yuki. I mesi passano, la scrittrice e la lince oramai si conoscono e le sue visite al cottage sono sempre più regolari. Per la donna, l’animale è una sorta di spirito guida, un daimon simile a quelli che le culture sciamaniche considerano come i guardiani che proteggono e supportano le persone, insegnando loro a vivere…

“Ma quindi è un addio?” Così finisce il rapporto d’amore della scrittrice e così finirà la storia di Diana e il romanzo che vedrà la luce in quell’angolo remoto di mondo. Nel libro della psicoanalista junghiana Flaminia Nucci ci sono due tipi di freddo. Quello inanimato di Milano, città che ha deluso la protagonista e dentro la quale non vi è vita, e quello della Lapponia, duro e quasi insopportabile, ma ricco di fascino e vita nascosta. La natura, la musica e il cibo sono parti essenziali nel processo di recupero delle energie fisiche e soprattutto mentali della scrittrice, così come lo sono nella storia di Diana che però, all’opposto, vive i suoi amori e le sue passioni tra le isole della Grecia e Salina. Un romanzo estremamente femminile, questo. Non solo perché Diana, Elena e Mara sono le principali protagoniste, ma anche perché lo stile della narrazione e l’intensità emotiva e quasi poetica, con la quale i luoghi vengono descritti, sono una traccia evidente della mano di una donna, così come le impronte della lince si riconoscono sopra il manto nevoso. L’approccio è delicato, le descrizioni degli ambienti artici sempre a tinte pastello, così come il racconto degli amori di Diana, le sue gioie e i suoi dolori. Un romanzo dunque che pare dedicato a tutte quelle fini che sono anche degli inizi, come se l’autrice tentasse di dare, con questo viaggio di rinascita, un segnale di speranza per quanti, affrontando la fine di un rapporto, non riescono a vedere per la propria vita un barlume di speranza.



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