ZeroTav

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Nessuno può permettersi di sfidare la cosca spacciando nel territorio del Padrone, capo indiscusso della filiale locale della ‘ndrangheta. È un’offesa invereconda, che va lavata col sangue. Nel solito modo. Non c’è nulla di più rispettabile delle tradizioni, del resto. Un lavoro di routine, da fare comodamente seduti su uno sgabello pieghevole prima di prenotare un tavolo in trattoria, facendo attenzione a non sporcarsi. E così mentre l’autista dentro alla Mercedes con i finestrini chiusi che attutiscono le vane urla del tunisino che ha compiuto lo sgarro e che sta per essere definitivamente punito all’interno di una bassa costruzione in pietra, tenta di consolare la moglie perché l’ultima nata non tollera assolutamente il latte in polvere, nell’edificio al malfattore vengono strappati i pantaloni. E poi la stessa sorte tocca ai suoi genitali. Meglio, gli vengono recisi con un coltello, mentre il cappio stringe. La ferita è poi cauterizzata da una donna con dell’argilla, il fallo gli viene infilato in bocca e il maghrebino, così, con un’agonia veloce ma non troppo, muore…

L’ex ministro Antonio Nussardo e l’onorevole Elvio Conconi hanno un braccio destro, un braccio armato, un vero e proprio asso della manica, che consente loro di fare il bello e soprattutto il cattivo tempo: il nome suo nessuno sa, o quasi. Per tutti è il Padrone. Professione: boss della ‘ndrangheta. Che tiene in pugno anche Sergio Carati, un docente universitario di chiarissima fama, un intellettuale autorevolissimo con la passione per le studentesse e per l’eroina, e Mirna Cinotti Carli, collezionista tanto di blasoni e cognomi quanto di dipendenze dalle sostanze stupefacenti: non sono i soli, per carità, ma loro sono le giuste pedine da giocare nella fattispecie in questione. L’affare infatti è troppo grosso: l’alta velocità, la famigerata TAV – tema sempre attuale da anni a questa parte – che vuole far passare anziché su gomma su rotaia tante merci e non solo, sventrando però le montagne delle Alpi piemontesi, e per questo tanti attivisti la vedono come il fumo negli occhi, al contrario del celebre matrimonio manzoniano s’ha da fare. E il prima possibile. E chi dunque meglio della Cinotti Carli e del Carati per sobillare tre giovani furenti per il futuro che è stato loro rubato? Il rischio però è uno, quello di aver fatto i conti senza l’oste: almeno questo è quello che racconta Mario De Pasquale con prosa bella, vibrante, densa, fluente, serrata e – tragicamente – credibile come una riuscita sceneggiatura, avvincente, potente e schietta (non a caso l’autore è un giornalista, e pertanto sa come raccontare un fatto e farlo capire a tutti) in questo noir duro e crudo. Un hard-boiled comme il faut che scardina i confini del genere – può senza dubbio accattivare anche chi infatti non sia appassionato – e si fa veicolo di numerosi contenuti, inducendo alla riflessione e denunciando la corruzione di cui la nostra società è sempre più intrisa, nonostante le retoriche professioni di legalità.



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