Samuel Beckett

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Samuel Beckett

"Bisogna scegliere tra le cose che non valgono la pena di essere menzionate e quelle che lo valgono ancora meno".

Difficile, praticamente impossibile disgiungere le sue scelte fondamentali, il lavoro letterario dalla sua vita. Samuel Beckett va ricordato e letto per l’obbedienza radicale con la quale è andato progressivamente identificandosi con le proprie opere. Dall’agiato e tranquillo quartiere periferico di Dublino dove era nato nel 1906, al pieno fermento culturale di Parigi dove si era trasferito nel 1937 dopo aver a lungo viaggiato per l’Europa. Dalla cultura inglese a quella francese delle quali fu in pari grado solido conoscitore. Dall’opulenza della scrittura di James Joyce e di Marcel Proust - a cui dedicò illuminati saggi critici -  alla caricatura dell’introspezione, all’essenzialità di una letteratura in cui i simboli non sanno più rappresentare niente. Samuel Beckett ha attraversato il XX secolo per arrivare a esiliarsi fino alle estreme prossimità di un nulla che segna il dissolvimento umano dell’età moderna. Tema questo che nessun autore del secolo scorso ha saputo rappresentare con accenti e figure così tragiche e grottesche assieme, così amare e crudeli. “Bisogna scegliere tra le cose che non valgono la pena di essere menzionate e quelle che lo valgono ancora meno”. È questo il dilemma in cui si dibattono tutti i personaggi di Beckett, accomunati – al di là delle rispettive identità – da un’unica voce impegnata a confessare ammassi di particolari privi di significato. Una condizione esistenziale inalterabile e chiusa a ogni luce di speranza da cui il poeta e drammaturgo irlandese non ha mai distolto lo sguardo, reiterandone la descrizione in ogni sua opera come un fardello pesante e insopportabile di cui non ci può in alcun modo liberare. Atteggiamento dettato dalla coscienza che l’opera, per essere arte, esige scelte radicali e che conferisce ai testi un pregante valore di verità umana ancorché letteraria. Esponente, insieme con il drammaturgo rumeno Eugène Jonesco, di quel genere teatrale che quel genere teatrale e filosofico che Martin Esslin ebbe a definir ire con il termine di "Teatro dell’assurdo”, Samuel Beckett è universalmente conosciuto per la commedia Aspettando Godot, scritta nel 1952. Un’opera che vanta un altissimo numero di rappresentazioni e che più di ogni altra condensa le tematiche del naufragio umano nel vorticoso rovello di un’attesa che non può preludere a nulla. A questa sono seguite altre, tra cui Fine di partita del 1957 e Giorni felici del 1963. Ma se è la stagione delle opere teatrali quella che maggiormente ne consacra il valore e ne determina il successo, la sua ricca bibliografia contiene anche un corpus unitario di tre romanzi: Molloy, Malone muore e L’innominabile, pubblicati tra il 1951 e il 1953. Prima ancora aveva dato alla luce nel 1929 un saggio critico intitolato Dante... Bruno. Vico... Joyce, un testo su Proust del 1931, la raccolta di poesie Ossa d’eco del 1935 e – i romanzi Dream of fair to middling women e Murphy, apparsi rispettivamente nel 1933 e nel 1938. Tuttavia, come detto, saranno proprio i testi teatrali, composti negli anni della maturità, a determinarne la fama e a procurargli nel 1969 l’ambito riconoscimento del Premio Nobel per la letteratura. Mai coinvolto dalla solennità degli eventi e restio alle interviste, fu quella la sua ultima occasione per ribadire la propria incapacità di aderire a un mondo che pure in gioventù lo aveva visto eccellere nel gioco del cricket e durante la guerra prendere parte attiva alla resistenza francese contro il Nazismo. Il 23 dicembre del 1989 muore a Parigi in una casa di cura a causa di un enfisema. Pochi mesi prima era venuta a mancare anche la moglie Suzanne, a cui era legato dal 1938 e che aveva spostata con rito segreto in Inghilterra nel 1961. Da allora riposano insieme nel cimitero di Montparnasse a Parigi, condividendo una lapide di granito priva di colori e decorazioni per volere dello stesso Beckett.