Le città invivibili

Le città invivibili
Caserta. Tra pareti scrostate e fumo di sigarette i sogni trattengono il respiro e tornano a vivere, per qualche ora, soltanto fuori, tra le strade, in una botteguccia di musica dove incontrano altri sogni e, insieme, si raccontano come un giorno diverranno realtà... Parigi. Mentre la neve copre lenta le strade, un vecchio dagli occhi verdi si guarda in giro con lo sguardo bambino e scopre che è bello, per una volta, “arrendersi alla serenità”, mentre una nipote gli sistema dolcemente la sciarpa alla gola perché non prenda freddo e l’altro gli racconta le meraviglie della città… Perugia. Un amore si spegne lentamente, come le infinite sigarette fumate tra le lenzuola stropicciate. Ma tentare di affogare ricordi e frustrazioni nel vino scadente non è mai riuscito a nessuno… Pomigliano. Nell’aria pesante di polvere, oltre al blues solo i ricordi di estati lontane scaldano il cuore, ché nemmeno la grappa ci riesce. Ma i ricordi sono soprattutto malinconia e rimpianto per non aver saputo dire “ti voglio bene”, perché “alla fine di tutto restano solo i rimorsi”… Acerra. Intorno solo puzzo di sudore; zingari chiedono l’elemosina per potersela giocare alle slot, e tra le aiuole sporche si affaccendano gli spacciatori. Lì dove “Dio è diventato sordo” anche la prospettiva di un incontro piacevole fa paura e mette ansia. Poi, basta un sorriso timido che scende dalla carrozza di un treno e, forse, c’è ancora speranza…
“Perché ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso?” chiedeva Socrate. Negli otto brevi racconti di Domenico Cosentino, otto città sono descritte attraverso lo specchio della sua esistenza. Ma ognuna di esse si fa invivibile quando è costantemente il dolore ad abitarla. Non c’è da chiedersi dove finisca il vero e inizi altro in questo racconto a tappe di un unico viaggio alla ricerca di sé. Non c’è da porre troppa attenzione alla struttura e alla punteggiatura di questa scrittura emotiva capace di poesia pur nel linguaggio aspro ed essenziale che parla di cose sofferte e dure, una scrittura ibrida che non necessita di definizione:importa solo abbandonarsi al flusso di emozioni che è capace di suscitare. Non ha pudore Cosentino nel raccontarsi con un candore disarmante né di mostrare i suoi sentimenti con una dolcezza ruvida che commuove. Lui, che afferma di non sapere dire d’amore, ad ogni riga in cui racconta degli affetti, delle storie vissute nel passato, dei sogni inseguiti con caparbietà per riscattarli millimetro per millimetro a caro prezzo dalla realtà, non s’accorge di parlare di amore per la vita, per la musica, per una poesia, per le proprie aspirazioni, a dispetto di tutto. Leggere Le città invivibili (che per assonanza ricordano Calvino ma sostanzialmente sembrano riecheggiare certa poesia di Bukowski) non è troppo diverso che leggere Meglio per tutti dare la colpa a me, la raccolta di poesie che è la prima pubblicazione dell’autore campano. Nelle prime poesie appare solo più diretto, più acerbo, meno meditato. Lì la sofferenza è netta e acuta come uno spigolo vivo; nei racconti continua a dire di sé con la stessa malinconia ma una maggiore consapevolezza, “ perché il dolore resti lì”, come dice lui, e allevii un po’ il peso dalle spalle. Assolutamente consigliato questo piccolo libretto, delizioso nel formato “da Moleskine”, proprio come fosse davvero un quadernetto di appunti di viaggio, non fosse altro perché ognuno troverà di certo una frase che gli appartiene: “Non si può tornare indietro, ma a volte è difficile anche andare avanti” o “Desiderare piccole cose mi costa fatica, perché mi accorgo che quello che per la moltitudine è normale per me è difficile”.

 

 

 

 
 
 
 
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