Innamorarsi a Manhattan
Negli ultimi anni si è assistito ad un vero e proprio revival del celeberrimo Colazione da Tiffany, tanto che si susseguono libri che hanno chiari riferimenti al romanzo di Truman Capote e al film di Blake Edwards (Un regalo da Tiffany, Un diamante da Tiffany, Domeniche da Tiffany) oppure che richiamano l'incantevole Audrey Hepburn, ormai vera icona di stile ed eleganza dei bei tempi andati. Nel nostro caso il riferimento non è nel titolo bensì nella bella copertina con l'immagine di una deliziosa ragazza nascosta da occhialoni scuri che ci sorride maliziosa col suo cappello a falde larghe, stile Audrey. Una scelta editoriale davvero molto furba visto che ha ben poco da spartire con la suddetta opera. Se vi aspettate di ritrovare la fragile e carismatica Holly Golightly tra le pagine di Kate Parker resterete delusi: niente della protagonista Alice ricorda il brio, la natura complessa e la spontaneità sognante della deliziosa Holly. Kate Parker ce la mette tutta, con il suo stile narrativo fresco e adolescenziale, a rendere frizzante e avvincente la storia, a farci amare l'infermierina pediatrica tanto sensibile, tanto buona e tanto cara, ma proprio non ci riesce. Non è da meno Matías, l'ineccepibile scrittore/professore che, sempre in balia delle decisioni altrui, è quasi irritante nei suoi modi di fare. Entrambi, continuamente vittime della vita e del destino, appaiono piagnucolanti e prevedibili, le loro personalità risultano poco approfondite, quasi abbozzate. Ci troviamo dinnanzi ad un lezioso polpettone, ennesima potenza del romanticismo melenso che dopo un po' diventa indigesto. Sono molte le donne che hanno un sogno romantico, il desiderio nascosto di incontrare in una qualunque mattina d'estate un uomo il cui semplice sguardo le faccia capitolare ma, è pur vero che, se ciò accadesse davvero, quello sguardo verrebbe dimenticato nel corso di una settimana. Kate Parker, invece, indugia. Fin troppo, fino allo sfinimento. Per quasi 300 pagine siamo costretti a subirci Alice e Matías che, in preda alla passione, si pensano e ripensano, si desiderano e si sognano. “Notti roventi” e “risvegli umidi e pieni di struggimento” a distanza di mesi e mesi. Il loro ardore folle e inverosimile finisce per sfiancare anche i lettori più coinvolti che dopo un po' sono infastiditi da questo continuo “volersi” di due perfetti sconosciuti, uniti solo da qualche felice e fugace attimo trascorso insieme. I capitoletti si susseguono senza pathos e senza intensità, non c'è riga che non abbia il sapore del già visto e i dialoghi, piuttosto noiosi e banali, sembrano messi lì solo per spezzare di tanto in tanto il discorso indiretto. Il romanzo d'esordio della scrittrice americana, primo di una trilogia, fa acqua da tutte le parti e l'idea, per niente originale e mal sviluppata, si attorciglia su se stessa, si aggrappa ad un bell'involucro e non aggiunge nulla di più alle (tante) storie sentimentali già in giro.
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