Il caso della Signora Ivette

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uno
Il caso della Signora Ivette
La signora Ivette Ferrioli viene trovata riversa a terra, morta. Un malore, stabiliscono le autorità della Sezione Omicidi, che nel frattempo rovistando per casa si imbattono in un pacchetto contenente alcune lettere. Lo consegnano ad Olga, dirigente capo della Sezione, che si immerge subito in una lettura concentrata e partecipata. Le lettere ricostruiscono la storia dell’amore tra Ivette e Stefano, interrotto dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Stefano è chiamato alle armi e mandato in Africa, poi fatto prigioniero e poi più nulla. Tutto scandito da lettere che ci mettono un anno ad arrivare al destinatario e che raccontano di un matrimonio spezzato, di un figlio che nasce e cresce senza padre e di due sposi che si aggrappano alle parole scritte con affanno su un pezzo di carta per rinnovarsi la promessa e con essa l’amore…
Spesso si dice che i libri troppo voluminosi perdono qualcosa per strada, che se sono così lunghi qualche sbrodolamento da qualche parte dovrà pur esserci, tra le pagine. Probabilmente sarà ancora più difficile confrontarsi con trentotto (38) fogli rilegati che hanno la pretesa di farsi chiamare libro, in cui la trama che è stata messa insieme ricorda i vani tentativi di fare entrare l’ennesimo paio di scarpe in una valigia stracolma. La storia ha un contorno importante, ma il plot è di quelli stancamente inflazionati con la giovane coppia di sposi separati dalla guerra, con un lui che non ritorna e con il lettore che resta appeso ad un punto interrogativo prima, e ad uno esclamativo di sconcerto poi per il cliché stucchevole di una storia inconcludente farcita da un linguaggio macchinoso e barocco. Dove va la trama? Non si sa. Ivette è liquidata con una morte per malore senza nessun contorno, mancano elementi per una narrazione omogenea ed organica, si salta di palo in frasca solo per arrivare lì, alle lettere intorno alle quali si “sviluppa” la storia. E proprio quelle lettere vivono di una banalità che rasenta la sciatteria e sono una la fotocopia dell’altra, con qualche variazione sul tema che non cambia il succo della questione. Palpiti, sospiri e vuoto a rendere per una pubblicazione inutile e inconcludente (già a partire dalla copertina). Un panino, ma solo perché meno non si può.