A caccia di rane

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due
A caccia di rane

Quante cose si possono fare nell'arco di un'estate, precisamente quella del 1982, se avete 9 anni e vivete in mezzo alla campagna marchigiana? Andare a caccia di rane non è che una delle tante occupazioni, ma l'uovo che diventa girino e poi piccola rana è Michele stesso lungo questa estate, “una delle più belle della mia vita”. Michele ha un fratello minore, Matteo, che ha 7 anni; il loro più fedele compagno di giochi è Cristian, 5 anni. Abitano vicino ad un frantoio che produce ghiaia, hanno i capelli tagliati “a tazza” e Lilli, un chihuahua che abbaia continuamente ma che sa essere buffissimo sul pavimento incerato. La campagna è vita all'aria aperta: a caccia di rane o lucciole, la lotta con i bastoni, la sagra... e poi anche gelati Eldorado, i primi videogiochi, i cartoni dell'Uomo Tigre, la Nazionale che vince i Mondiali, il mare. La più entusiasmante occupazione di questo trio, però, rimane legata alla terra: un orto come quello dei grandi, nel terreno proibito del barone. Si semina, si fa una casetta di rami, si aspetta. Si aspetta che Michele e Matteo tornino dalla montagna, mentre a Cristian rimane da “d'acquare l'orto tutto da solo”. Non sono mai facili le estati da ragazzi, ma rimane, alla fine, la certezza che qualunque mondo dovesse finire con il finire dell'estate “ne faremo un altro più bello”. E al limite, dopo l'epilogo, possiamo anche imparare come si cacciano le rane...
Un fumetto in bianco, nero e verde che comincia in maggio, quando “tutti i cattolici che si rispettino pregano in gruppo” e “l'odore di erba fresca e la maturazione delle ciliegie annunciano la fine della scuola e l'arrivo dell'estate”. L'essenza di questo libro è spiegata al meglio dalla descrizione della collana "Gli anni in tasca": storie vere di infanzie e adolescenze – graphic, in questo caso, a rendere giustizia all'identità di Michele Petrucci, già affezionato a scenari naturali e alla cronaca, come nel suo Brigante Grossi. Sarà forse l'impiego del disegno a rendere così personale questa rievocazione biografica, ma il taglio, ben lontano dall'essere documentaristico, è quello di un vero e proprio amarcord: chi è stato bambino negli anni Ottanta – e forse anche qualcuno che ricorda gli anni Novanta – non potrà che ritrovarsi nella nostalgia del Commodore 16 o del Piedone Eldorado. E anche quei bambini che ancora oggi giocano nei centri parrocchiali riconosceranno i videogiochi a led, i castelli di sabbia e la voglia di continuare a giocare all'infinito, anche quando la mamma richiama a casa.