Una notte lunga abbastanza

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Una notte lunga abbastanza
1994. Michele Monina ha ventiquattro anni e una ragazza, Marina, che diverrà sua moglie. È l’anno della “discesa in campo” del Cavaliere che porterà al governo anche il partito di Fini e quello di Umberto Bossi, della morte di Kurt Cobain e di Charles Bukowski, l’anno in cui Michele decide di fare l’obiettore di coscienza presso la Caritas di Ancona. Fare il militare è un’opzione che non gli passa neppure per la mente e la Caritas, il dormitorio per senza fissa dimora “Tenda d’Abramo”, gli sembra il posto più giusto per non restare confinato dietro una scrivania e potersi mettere alla prova tra gli altri. I suoi colleghi di lavoro Toni e Ringo sono esattamente agli antipodi: il primo è sensibile e premuroso, il secondo è il classico “sergente di ferro”, uno “stronzo” patentato. La moltitudine degli uomini e delle donne che passano dalla “Tenda d’Abramo”, i reietti di questa società: tossici, prostitute, una umanità disperata e vilipesa ma che sa – in cuor suo – ancora sognare. Colpito dalla lama di un barbone Michele viene trasferito in ufficio. E lì comincia a scrivere…
Michele Monina si occupa di letteratura, di musica e di sport (tra le altre mille cose). Ha collaborato con moltissimi musicisti italiani, da Cristina Donà a Caparezza, giusto per citarne alcuni. In Una notte lunga abbastanza racconta la sua storia, la sua personale discesa agli inferi e nel limbo degli emarginati, il suo trovare l’ispirazione e la sua vocazione alla scrittura nel momento forse più difficile, trascorso tra l’umanità dolente. Monina precipita in un mondo che non conosce, che ha le sue regole non scritte e non codificate, che a poco a poco, inciampando, comincerà a decodificare. L’Italia sta cambiando pelle. E nello stesso tempo lo sta facendo anche l’autore: cresce, cambia i suoi punti di riferimento e si “sporca le mani”. È pronto a scrivere, ormai. “Questa non è la storia di un fallimento. Questa non è la storia di uomini che hanno fallito. Questa non è la storia del fallimento di chi deve raccontare le storie di quegli uomini. Questa è la mia storia. La storia dell’uomo che racconta le vite degli altri. La mia storia”.