Le radici del cielo

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Le radici del cielo
Sono passati ormai vent'anni dalla Tribolazione, da quel fatale giorno di guerra in cui l'onda d'urto dell'unico ordigno nucleare che ha colpito Roma - al km 12 della via Tiburtina (un altro, lanciato sull'aeroporto di Ciampino, non è esploso per un malfunzionamento) - ha spazzato la città, diffondendo morte e distruzione. Il panico per le strade, la violenza, il caos sono ormai passati e la città è immersa nel silenzio dell'inverno nucleare, coperta di neve quasi tutto l'anno. Nel buio si aggirano creature immonde e letali, l'aria è satura di radiazioni e i pochi umani sani sopravvissuti sono costretti a vivere sottoterra, al riparo. Si mormora di comunità ricostruite in alcune stazioni della metropolitana, ma se ne sa pochissimo. Ciò che resta del Vaticano - inteso come istituzione, San Pietro e gli edifici limitrofi sono infatti ridotti in rovine - è guidato dal Cardinale Albani, rettore provvisorio della Santa Sede, che con l'ausilio di un corpo paramilitare di guardie svizzere ben addestrate e armate subito dopo il disastro ha imposto al crudele boss borgataro Alessandro Mori e ai suoi, che le avevano occupate, di condividere le catacombe di San Callisto con i pochi reduci papali. L'unico membro superstite della Congregazione per la Dottrina della Fede è padre John Daniels, un giovane prete di Boston rimasto intrappolato a Roma nei giorni del disastro, e Albani ha in serbo per lui una missione apparentemente suicida: arrivare a Venezia dove si dice che un cardinale sia tenuto prigioniero da misteriosi spettri. Daniels e una scorta di sette guardie svizzere partono per il nord, con scarsissime probabilità di sopravvivere...
Se il primo approccio al mondo di Metro 2033 da parte di Tullio Avoledo è stato canonico (lui e il figlio teenager sono fan del videogame ambientato nel claustrofobico dopobomba immaginato dal russo Dmitry Glukhovsky), non canonico è senza dubbio il modo in cui lo scrittore friulano si è approcciato al primo spin-off italiano della saga. Forte di una piena libertà creativa concordata con lo stesso Glukhovsky e forte - diciamolo - di un talento artistico di diverse spanne superiore a quello dell'autore di Metro 2033 e Metro 2034, Avoledo ha aderito infatti in modo del tutto personale al progetto internazionale che vede scrittori di tutto il mondo alle prese con il 'loro' 2033 post-guerra nucleare. Innanzitutto Le radici del cielo (il titolo è uguale a quello di una agghiacciante canzone di Al Bano, ndr) è ambientato - almeno all'inizio - a Roma, ma Roma praticamente non c'è, non è descritta, e il plot si snoda tra Torrita Tiberina e Urbino, Rimini e Ravenna, per concludersi in una Venezia inquietante, prosciugata, più luogo dell'anima che cartolina post-apocalittica dal futuro. Da sempre Avoledo (che qui legge un brano del libro) del resto ama raccontarci la provincia, la periferia dell'impero nelle sue ucronie e nelle sue realtà alternative: rimanere nei (pochi) tunnel della metropolitana della capitale come un'interpretazione più letterale del canone glukhovskiano avrebbe preteso sarebbe stato per lui una forzatura, una banalità. E poi questa scelta molto avolediana di un'ambientazione 'minore' aprirà probabilmente la strada ad altri romanzi italiani della saga dal taglio più metropolitano e sparatutto. Intanto godiamoci questo incubo malinconico: non postmoderno ma postarcaico, violento (a tratti iperviolento, vedi alle voci Stazione Aurelia e Gottschalck) ma non claustrofobico, angosciante ma non disperato. I protagonisti vedranno la loro ricerca senza senso mano a mano diventare la ricerca delle radici della loro umanità, della loro fede, della loro speranza. E il senso, dolore dopo dolore, perdita dopo perdita, tornerà in un'epifania amara ma salvifica.