La grande fabbrica delle parole
Agnès de Lestrade ci regala una favola moderna, ambientata in uno strano paese che è lo specchio di tutta la difficoltà moderna nel dare il giusto valore alle parole (e la casa editrice Terre di Mezzo, la stessa che pubblica il libro, organizza sul tema un workshop di scrittura per ragazzi intitolato proprio “La grande fabbrica delle parole”). Da parte della de Lestrade non c’è alcuna concessione al sentimentalismo o al moralismo: il finale della storia, nella sua semplicità, basta da sé, senza fronzoli e parole inutili, in perfetta coerenza col resto della favola. Le parole sanno a chi parlare. La grande fabbrica delle parole, però, insegna anche qualcosa sui sentimenti: la quantità non è sempre direttamente proporzionale alla qualità delle emozioni. E Philèas, che lo sa, mette in campo tutto quello che ha, senza riserve. Oscar, al contrario, sommerso dalle possibilità che il denaro dei genitori gli offre, non dà valore a ciò che dice e, di conseguenza, a ciò che prova. Mentre Cybelle, bambina lungimirante, coglie la bellezza delle parole comuni, che acquistano valore grazie all'amore di Philéas, diventando così infinitamente più preziose di quelle vendute alla fabbrica delle parole. I disegni dell'argentina Valeria Docampo, nitidi e protagonisti della pagina, mettono in scena un bel contrasto tra i toni marroni dei paesaggi e dei personaggi più cupi e il rosso dei dettagli, che diventa predominante nel momento in cui Philéas regala le sue parole a Cybelle (col suo bel vestito ciliegia): il rosso, colore del sentimento per antonomasia, avvolge tutto, proprio quando risulta ormai evidente al lettore che, per amare qualcuno, non servono strane parole.
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