I vermi conquistatori
Preceduto da un entusiastico tam tam sulle testate online specializzate, arriva finalmente anche in Italia Brian Keene, vincitore di ben due Bram Stoker Award e uno dei protagonisti della 'zombie new wave' statunitense assieme all'immenso Max Brooks e al visionario David Wellington, entrambi pubblicati da noi già da anni con un certo successo. La perplessità sulle scelte del mercato editoriale di casa nostra però permangono, perché a raggiungere gli scaffali delle nostre librerie per primo è un romanzo apparentemente minore di Keene, nato nel 2005 dalla fusione di due racconti (Earthworm Gods e The Garden Where My Rain Grows) pubblicati in antologie (No Rest For The Wicked e Fear Of Gravity, rispettivamente). La natura 'bricolage' de I vermi conquistatori - che titolo, ragazzi! - emerge chiaramente dallo svolgimento del plot e rappresenta a ben vedere al tempo stesso la forza e la debolezza del romanzo. A una prima parte (che in realtà è costituita dal racconto di pubblicazione più recente) classicamente apocalittica, con due protagonisti assediati da una catastrofe più o meno naturale, segue - o per essere onesti è appiccicata col nastro adesivo – una seconda parte da horror urbano-esoterico, con un gruppo di sbandati che lotta contro mostri soprannaturali emersi dall'abisso degli oceani e delle tradizioni popolari più antiche grazie alle evocazioni di una setta satanica (!!!). Il continuo rimbalzare tra originalità (amareggiati vecchietti come protagonisti, per esempio) e canone (la seconda parte è puro Lovecraft, non nel senso che ricorda le atmosfere dello scrittore di Providence, ma nel senso che proprio vi appaiono esponenti del mostruoso pantheon alieno da lui immaginato) dona alla storia un bizzarro fascino malgrado gli innegabili difetti strutturali e stilistici.
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