Nel libro della vita
I sette racconti de Nel libro della vita, bell’esordio letterario di Stuart Nadler, somigliano a un particolare album di fotografie nitide, ricche di particolari, eppure atipiche: sullo sfondo, tre Stati dell’East Coast degli Stati Uniti – New York, Massachusetts e New Hampshire; in primo piano, l’incomunicabilità tra genitori e figli, i rimpianti, le occasioni perdute e le “piccole” tragedie quotidiane di alcune famiglie ebraiche. Sono le immagini che andrebbero cancellate e i momenti da non ricordare, quelli immortalati dall’autore: un ragazzino guarda per terra, anziché nell’obiettivo; un vecchio ha la bocca un poco aperta, sembra stia per dire quacosa; un uomo sui trent’anni rivolge lo sguardo ad altri pensieri. Ogni racconto è pieno, compiuto, denso e riesce a far risaltare, dopo appena una manciata di righe, sfumature di carattere e complessità: «Alla stazione ferroviaria di Back Bay, spicca in fondo alla folla, il più alto, i capelli tagliati corti, un soprabito grigio, un uomo. “Mio figlio” dico ad alta voce. […] Alle tre e dieci del mattino sono io la cosa più rumorosa nel raggio di alcune miglia, persino più rumorosa del rimbombo baritonale degli annunci registrati. Josh mi raggiunge a testa bassa, così serio dopo solo un trimestre di lontantanza da casa.» – è l’incipit di “Inverno lungo il Sawtooth”. E, tra ferite che non si rimarginano e madri che s’intendono più di drink che di figli, come un fiume carsico scorre la fede: prima inghiottita dalla sfiducia o dallo sfaldarsi, di generazione in generazione, dei rapporti umani; poi messa in luce – tra certezze e dubbi – da nonno Sy (una figura che da sola potrebbe essere materia per un intero romanzo) nel racconto “Oltre ogni benedizione”, uno dei più intensi assieme a “Lo sbarco sulla luna”.
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