In fondo il buio
Sull’onda del successo (letterario, videoludico e televisivo) di Le Cronache del ghiaccio e del fuoco, Gargoyle propone il primo romanzo di George R.R. Martin, In fondo il buio (titolo originale Dying of the light, 1977). Un breve prologo storico ci introduce alla vita interstellare del pianeta Worlon, prossimo a tuffarsi nel buio eterno. Sul pianeta si muovono relitti umani (feriti, sfigurati, storpi) che si aggrappano con le ultime forze residue ai codici e alle leggi dei clan: l’onore è inevitabilmente connesso alla violenza, la donna è una proprietà da conquistare (betheyn: ovvero la donna legata al capo clan – da glossario) quando non destinata alla sola riproduzione (ein-kethi – sempre da glossario). Il protagonista, Dirk t’Larien, penetra lentamente in questo sistema (cacciandosi più di una volta nei guai), costretto dagli eventi e dalla volontà di ritrovare la sua Gwen, ma anche incuriosito dalle ultime tracce di quel mondo. Funziona, la prosa di Martin, dentro alle città delle luci che muoiono, e forse anche nei duelli, nelle scelte e nei rapporti congelati dalle regole e dalle etichette dei clan. Allo stesso tempo, però, la narrazione ci mette un po’ a elaborare/assimilare l’apparato tecnico (introduzione a nomi, armi, veicoli) messo in campo dall’autore: struttura a tratti precoce e asfittica, ma che comunque evidenzia il tentativo di disamina dell’umana società attraverso le dinamiche tribali e di guerra. Se George R.R. Martin fosse bellicoso come i suoi personaggi, infine, si dovrebbe preoccupare non poco il responsabile dell’editing di In fondo il buio: un Kavalar ucciderebbe per molto meno.
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