La sorella
Il grave fardello di un amore non vissuto e goduto ma solo invano sperato, di un’amicizia altruistica che fa le veci di un rapporto carnale, la convivenza forzata con un vita densa di soddisfazioni solo apparenti ma priva di autentica felicità. Una condizione su cui, a poco a poco, si allunga l’ombra ineluttabile di una malattia che, come un veleno, penetra nell’organismo umano fino a spegnerne con le passioni anche le funzioni vitali. L’immensa interminabile tenebra in cui nessun particolare sorride più, nessuna timida luce splende e tutte le cose incompiute e mancate, tutte le possibilità irrealizzate addensano le scorie della propria rassegnazione. L’imponderabilità della malattia, il suo enigma, il suo mistero. La descrizione dettagliata del dolore e della sofferenza. Ma anche la musica come chiave di lettura universale. Nelle storie di Sándor Márai c’è sempre una cifra d’impenetrabilità che resiste sul fondo. Ma c’è sempre, ad un tempo, l’energia che muove all’incontro di ciò che non può restare segreto, di ciò che pur restando inattingibile attrae ogni umana risorsa diventando destino. Questo accade – e forse con maggiore determinazione – anche nel romanzo La sorella, un libro in cui il grande narratore ungherese si conferma una volta di più un prosatore imperiale, un virtuoso della scrittura, capace tanto di realizzare complesse e maestose orchestrazioni del periodare, quanto di aprire e chiudere le frasi con la scioltezza con cui una mano apre e chiude un interruttore.
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