Nostri amici da Frolix 8
Romanzo della piena maturità, assieme a Scorrete lacrime, disse il poliziotto chiude un lungo e prolifico ciclo d’ispirazione iniziato nei primi anni sessanta. Avrà ancora il tempo di scrivere e pubblicare grandi opere, ma nel 1970, dopo una brevissima comparsata in un centro per tossicodipendenti, Philip K. Dick non scrive più sotto l’effetto delle anfetamine. La stanchezza nel percorre il quotidiano e le catastrofiche vicissitudini accorsegli, risuonano come un’eco all’interno di questa trama. Se l’intuizione prima del libro (il viaggio di Thors Provoni) è quantomeno geniale, appaiono invece troppo sfilacciati e poveri gli episodi che vi gravitano attorno. Dei molti personaggi, nessuno si salva completamente. I loro caratteri sono ben definiti, ma anziché farsi portavoce di un tema più grande e di una carica allegorica di cui l’autore è comunque un maestro d’armi, scivolano senza lasciare traccia. A stento si ricordano i loro nomi. Come giudicare però un’opera – o una semplice frase – di Philip Dick riconducendone i meccanismi ad una stretta plausibilità e coerenza? Non v’è dubbio che sia impossibile, pur rimanendo un’arma a doppio taglio. Un gioco di specchietti per le allodole tra i più seducenti e ambigui, tentare di dar credito al suo indistinguibile flusso di incoscienza. Dick apre completamente le porte e ti dice di scegliere senza riserve la strada che più preferisci. In ognuna di esse si trova Provoni, poiché la sua figura sa adattarsi ad ogni nostro pensiero. Un protagonista irrisolto, sempre attuale perché costruito con l’argilla. Come un suono sordo, percorre affianco le generazioni di lettori un filo conduttore solido e corrente. Il potere, ovunque e in qualunque momento, genera un caos avido e meschino. Chi comanda è una marionetta floscia attrazione di un teatrino stanco e spoglio. Qualcos’altro si impone e tende i fili, qualcosa che crediamo di conoscere e di cui ci sfuggono gli obbiettivi. È il nostro mondo, uno stato delle cose grigio e dai profili machiavellici. In eterna attesa di un sole che ci restituisca i contorni, ma che non arriverà mai.
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