Le 13 cose

Le 13 cose
Il trentenne Alessio Valentino ha le sue gatte da pelare: villaggio di provincia, ragazza morta di cancro, peso poco virile di 52 chili, famiglia trapassata, lavoro perso e un cane, Tanaquilla, che non è di certo una gatta ma è una rottura lo stesso. Una mattina trova un uomo stecchito in salotto. Lo conosce, è Burano, un barbone incontrato nottetempo a Milano. Sulla pancia gonfia dell'uomo siede la piccola Aida, la figlia del vicino che spesso gioca in casa sua. Guardandosi, Alessio nota del sangue sulla maglietta. Confuso, sale in camera, si pesa, si spoglia, poi si pesa di nuovo. Servono punti fermi. Cerca di dedicarsi alle solite attività, il che richiede impegno, non avendo mai nulla da fare. Passa un po' di tempo tra ricordi e riflessioni. Prova a leggere e passa a trovare il vicino, finché non si fanno le sei e può dedicarsi a scolare lattine di birra Birra. La vita procede scandita dal succedersi dei pensieri, tra passato e presente. Poi presente e passato di nuovo, con un salto nel futuro che avrebbe potuto essere ma non sarà. Burano abita con Alessio, adesso. Ma non era morto? Per ricostruire l'accaduto Alessio impiega del tempo, non per forza in ordine cronologico. Di sicuro rimane solo la lista di cose lasciata da Emilie prima di morire, da fare e rifare fino a quando non avrà il coraggio di accontentare la sua ultima richiesta. Il desiderio sincero di una ragazza innamorata... 
La citazione iniziale, di Louis-Ferdinand Céline, informa: “Perché nel cervello d'un coglione il pensiero faccia un giro, bisogna che gli capitino un sacco di cose e di molto crudeli”. Ad Alessio d’angherie ne sono capitate abbastanza e Le 13 cose fa rivoltare il tuo cervello insieme con il suo, in un'unica capriola sincronizzata. Tutto comincia con uno scambio di battute tra il protagonista e il suo datore di lavoro, che non compare mai più in seguito. Un dialogo inutile all'intreccio. Eppure, ho provato a leggere il libro come se iniziasse dopo e ho avvertito la mancanza di quell'incipit. Nello spazio di una risata, il protagonista ti prende per mano e ti aiuta a scendere il primo gradino. Entri nella sua testa, un ambiente sudicio dove lui non ti lascia mai solo, anzi ti accompagna e tiene viva la tua attenzione. Come un amico, ti parla e dispensa piccoli aneddoti. Alessio è uno sfigato talmente sfigato da credersi più improbabile di quello che è. Si vede ridicolo e si comporta da disadattato. Emarginarsi gli riesce molto bene, ma ogni tanto prova a rientrare in società, infatti va a Milano a passare una serata tra la gente. Tra i fumi dell'alcol finisce a dormire con Burano e al risveglio se lo ritrova in casa, ma ha bevuto troppo per ricordare come ci sono arrivati. Lasciandoti andare alla storia, dopo qualche paragrafo ti ritrovi a pensare con il protagonista. A interrompere la lettura per una qualsiasi incombenza, viene da chiedersi cosa starà facendo Alessio nel frattempo, anche se non sarà nulla di più utile di quello di cui ci stiamo occupando noi. Anche perché di cose sensate ne fa poche. Per giunta in genere non capisce quello che gli accade intorno e non se ne fa un cruccio. Deve essere per questo che rimane subito simpatico. I suoi gesti sono semplici ed essenziali: è uno che va dritto al sodo, anche quando si tratta di spalmarsi lo yogurt sul petto per rinfrescarsi. Perché lo fa? Lo fa! Un anti eroe che più ‘anti’ non si può e che funziona anche grazie ad un modo di esprimersi asciutto e concreto. Fatto, sentenza e giudizio, tutto separato dai punti. Il libro d'esordio di Alessandro Turati è suddiviso in brevi paragrafi e si presta, dicono, anche a essere consultato piluccando da una parte e dall'altra. Se l'intento era anche questo, io non so riconoscerlo. Ho apprezzato la consequenzialità della vicenda: la storia potrà anche essere paradossale, ma segue un filo conduttore. Attorcigliato. Come si valuta un'esperienza? Si dice che è stata bella oppure brutta. Ecco, per me Le 13 cose è stata un'esperienza. Bella.

 

 

 

 
 
 
 
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