Le bianche braccia della signora Sorgedahl
Le bianche braccia della signora Sorgedahl: ovvero la Svezia che (per fortuna) non ti aspetti, lontana chilometri dai luoghi comuni sui “generi”. Perché in questo romanzo di Lars Gustafsson, filosofo, matematico, tra i più tradotti scrittori scandinavi, non c'è nessun cadavere a cui rendere giustizia, nessun investigatore dalla tormentata vita affettiva: perfino l'imperitura neve lascia il passo ad un'incredibile e memorabile grandinata estiva. Qui c'è solo il silenzio, un costante ribollir di passioni sotto il gelo che tutto copre: un velo sottile preserva dal caos un'idea di continua ricerca di sé, cerchio magico che si costruisce e chiude intorno al protagonista. Le “bianche braccia” del titolo sono dunque solo un pretesto: d'amore, certo, emozione violenta ed irripetibile, ma pur sempre un escamotage grazie al quale il vecchio professore si mette sulle tracce delle orme lasciate in anni di cammino, finanche i segni delle cadute, delle deviazioni. Gustafsson ha posto dunque l'arte della riflessione al centro di questo romanzo “proustiano”, intriso di scienza e filosofia: è l'idea del tempo che lo affascina, il suo essere materia sfuggente e concreta, quel susseguirsi di stagioni che, smontate e analizzate, permettono al professore di rileggere il presente sotto una nuova luce. Il fluire degli anni, mescolato alla corrente dello scibile umano, assume a volte i caratteri del sogno, o della più assurda allucinazione: all'anziano intellettuale, come a tutti noi, resta solo la possibilità di cogliere aspetti separati, momenti isolati, esperienze sbiadite, istantanee malamente cucite insieme dal filo rosso dell'“io” per definire i confini dell'identità. A metà strada tra testamento letterario e memoir autobiografico, Le bianche braccia della signora Sorgedahl rifulge della perfetta bellezza delle cose perdute, senza macchie, strappi: e si concede poco a poco, come una donna sensuale incerta se obbedire ad un istinto per sempre giovane.
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