Promettimi che sarai libero

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due
Promettimi che sarai libero
È l'alba luminosa di fine estate 1484: il piccolo villaggio di Llafranc, in  Costa Brava, è ancora addormentato. Sdraiato sul pendio della montagna Joan ascolta suo padre, cercando nel cielo ciò che vedono  gli occhi  paterni, fieri, chiari, color del miele. E di colpo lo trova: un cavallo fatto di nubi: la criniera, le orecchie, il muso, la bocca  socchiusa, alzato sulle zampe posteriori, possente e spumoso, si muove lentamente, cambiando forma. Il padre osserva il mare e gli accarezza la testa, orgoglioso della sua fantasia, dell'entusiasmo con cui affronta ogni cosa, della sua abilità nel lavorare il legno, di quell'incisione sulla tavola di prua della loro barca, la Gaviota, fatta pochi giorni prima, con la quale il dodicenne  lo aveva rappresentato nell'atto di alzare l'arpione contro una balena. Quando all'improvviso grida "una galea!" e contemporaneamente le campane della cappella di San Sebastiano cominciano a suonare l'allarme. Joan non sa che quello sarà il suo ultimo giorno da bambino, ma ha paura. Corrono al villaggio, tutti gli abitanti fanno riferimento a Ramon, suo padre, gli obbediscono. Ramon li sollecita a rifugiarsi all'eremo in cima alla montagna, saluta la moglie e i figli con un bacio, una carezza e li rassicura, ma Joan ha deciso, vuole andare con lui, seguirlo in battaglia. Di nascosto prende la sua piccola lancia, li pedina, mantenendosi a una distanza tale da non essere scoperto e tuttavia ne capisce i discorsi: quelli sono i saraceni, vogliono schiave da vendere e galeotti per i remi!La situazione è disperata, i pirati sono così vicini da vederne il volto: Ramon combatte con audacia e coraggio, il cuore di Joan batte forte, "i coraggiosi pescatori avrebbero messo in fuga i cattivi", ma un corsaro, con una cicatrice al posto dell'occhio sinistro, s'inginocchia, un lampo di luce parte dalle sue mani con un tuono spaventoso, la strana arma fuma, suo padre si ferma con un grido, la spada gli cade di mano e crolla a terra. Il moro sorride e Jaon capisce. Corre dalla madre e dai fratellini, prende Gabriel per mano, urla a tutti di non fermarsi, vengono separati dai pirati che catturano la mamma e la sorella, non può fare niente altro che continuare e  raggiungere la torre di vedetta, seminascosti tra le erbacce trascina il fratellino al sicuro, poi torna indietro, vuole andare da suo padre, lo trova che ancora respira a fatica: “Promettimi che sarai libero“. Joan singhiozza “Te lo prometto. Ma tu non morire, papà”...
Jorge Molist scrive,  si chiede e chiede al lettore:  quante delle promesse fatte nei momenti disperati riusciamo a mantenere?A quale costo?Possiamo essere realmente consapevoli di quello che promettiamo? E l'amore basta? Racconta l'abbandono forzato: dell'infanzia , della famiglia, del proprio paese, dei propri ideali, degli affetti. Il romanzo è uno scrupoloso affresco della Spagna del '500, costanti e puntuali riferimenti a personaggi e fatti storici, restituiscono efficacemente le tensioni sociali: le rivolte dei remensas, i servi della gleba, contro gli abusi dei  signori feudali, le guerre tra bande, il potere delle corporazioni, le assurdità e gli orrori della Santa Inquisizione, il clima di terrore contro i conversos, saturo di delazioni anonime e processi sommari, nei quali “non ci si poteva difendere e a volte non si capiva neanche di che cosa si veniva accusati” e che spesso terminavano con condanne al rogo. Attraverso l'amore per l'altro, per i libri, per la scrittura, Molist accompagna Joan a comprendere la libertà vera, quella che nasce con lo sviluppo delle potenzialità e matura nella consapevole responsabilità del sapere, nella paradossale scoperta che il  più libero di tutti è proprio il maestro Abdalà, schiavo per scelta. Un'opera complessa, affascinante, in un linguaggio fresco, dinamico, che coinvolge e rende partecipe alle vicende del protagonista. Non mancano colpi di scena, cambi di direzione improvvisi, incontri con personaggi indimenticabili. Lo stile narrativo agile comunica le informazioni storiche con una tale naturalezza, che diventano, senza sforzo, patrimonio culturale del lettore. Solo in qualche pagina, l'autore si perde in descrizioni troppo tecniche, in un linguaggio da manuale teorico, che pur essendo  interessanti, spezzano la narrazione. Non c'è finale, la storia resta spezzata , la casa editrice non informa se e quando sarà pubblicata la seconda parte di questo romanzo, che in lingua originale ha 778 pagine. Peccato! Il lettore apprezza e gode della lettura perché "i libri sono come le persone, hanno un corpo e un'anima. E entrambi sono importanti..." e un'opera tagliata a metà, senza il suo compimento, perde di vitalità, si sgonfia, aspettiamo lo scritto mancante per dare completezza alla valutazione, che, fino alla troncatura, è una storia densa e corposa, sviluppata con cura, in una scrittura semplice e accessibile, mai banale, adatta a un pubblico vasto per età e cultura, proprio perché può essere gustata come narrazione storica, d'intrattenimento, di avventura, di amore, di relazioni sociali.