Nel ventre del Buddha
Una storia che si sviluppa piatta come il seno di una undicenne, con colpi di scena rari come gli avvistamenti del dodo (estinto ormai da più di un secolo) in questo romanzo scritto nella prima metà del ‘900 da Jenő Rejtő, mago del pulp magiaro, in cui i due protagonisti si perdono in logorroici salamelecchi tipici di quell’era ormai perduta, basti pensare alle quattro pagine in cui l’autore snocciola i timori dei due nell’essere stati visti insieme su una nave da crociera : “Cara signorina, lei è solo leggermente più pericolosa di un ciclone. Si rende conto di cosa ha fatto? Io ho appena divorziato da mia moglie nel segreto più assoluto. E adesso credono che lei sia mia moglie. Naturalmente bisognerà immediatamente chiarire l’equivoco”. Quattro pagine così: immaginatevele, e poi immaginatevi la mia espressione. Pur partendo con un simile handicap soporifero, almeno pagina dopo pagina il pathos cresce sempre di più: speravo in una scena finale di sesso folle, ma… diciamo che non voglio togliere ai lettori il brivido della scoperta. E i personaggi? Scialbi stereotipi: il cattivo brutto e sfregiato, il lord gentiluomo, ricco e pronto a sacrificarsi per una bella gnocca (sembra la storia di Balotelli e della Fico, tutto sommato. O forse no). Tutte queste certezze lombrosiane potevano andare bene appunto nella letteratura pulp di 80 anni fa, ora invece persino nei prodotti più “usa e getta” siamo abituati a standard più elevati, a ritmo folle e tecnicismi di genere. Solo per amanti del vintage: agli altri Nel ventre del Buddha sembrerà semplicistico e privo di spessore narrativo.
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