Charles Chaplin – La mia autobiografia
Conosco due tipi di lettore: quello a cui piacciono le biografie (o le autobiografie) e quello che non le apprezza. Appartengo decisamente alla seconda categoria. Ciò non vuol dire che non ne legga alcuna, ma sicuramente mi ci approccio con pregiudizi e mancanza di entusiasmo. Poi, proprio perché raccontano la storia di un’intera vita, questi volumi sono generalmente dei mattoni da oltre cinquecento pagine. Tutto questo accade anche per Charles Chaplin – La mia autobiografia. Poi l’illuminazione: non mi sono avvicinato al libro come fosse una biografia, piuttosto come un qualcosa di molto più simile a un saggio di storia contemporanea, genere che mi affascina decisamente di più. Diciamo un perfetto mix tra storia, cinema e pettegolezzo dei primissimi del ‘900. E questo metodo ha decisamente pagato. Scivola via veloce e lineare, perché la scrittura di Chaplin, pur essendo consapevole e decisa, non è mai sovrabbondante o compiaciuta. Non si cada nell’errore di pensare ai suoi racconti, soprattutto quelli dei momenti più alti, come qualcosa vissuto senza cognizione. Il narratore non solo è sempre lucido e presente, ma si rende conto dell’altissimo valore di tutto quello che gli avviene intorno. Non è insomma quella naturalezza di chi, fingendo o seriamente, racconta momenti impensabili come fossero la quotidianità delle persone “normali”. È questo forse il segreto del libro: attraversare la storia degli Stati Uniti (ma non solo) dalla fine del 1800, con occhio critico ma rilassato.
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