Il ladro del silenzio
Dopo il grande successo di critica e i numerosi premi vinti con il suo primo romanzo Come la rabbia al vento, Rawi Hage, scrittore libanese, ora emigrato in America, ci offre con Il ladro del silenzio un romanzo forte, duro, velenoso. Tutto incentrato sulla figura di un gruppo di emigrati mediorientali in Canada, nel gelido Canada. Forse troppo freddo per il loro sangue. È un romanzo nel quale tutto pare sfaldarsi, a iniziare da quei miseri appartamenti che ricordano, in qualche modo, gli ambienti bukowskiani dei tempi peggiori, quelli in cui, per usare le sue stesse parole, “Ognuno di noi ha i suoi inferni, si sa. Ma io ero in testa, di tre lunghezze sugli inseguitori”. Si sfaldano i sogni, le speranze, la vita e le vite. Poi, riaffiora il passato e con esso i dolori e pubblici e privati. Le parole di Hage sono terribili in quanto non lasciano spazio alla speranza - se non, forse, nella storia d’amore - perché anch’essa è troppo umana e tutto ciò che è umano pare non possa far parte, se non a costo di forzature, di quest’opera. Insomma, Hage ci regala una storia che lascia nel lettore una sorta di angoscia e a ciò, indubbiamente, contribuisce, e non in misura marginale, lo stile che, in molti punti della narrazione, tende ad essere decisamente lento e prolisso quasi a voler amplificare quel già drastico quadro, tutto e solo umano, di degrado e di sofferenza.
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