I fratelli Karamàzov
I fratelli Karamàzov è l'ultimo romanzo scritto da Fëdor Dostoevskij: nelle intenzioni dell'autore avrebbe dovuto essere il primo capitolo di una trilogia, ma la morte lo colse quattro mesi dopo la pubblicazione del romanzo, avvenuta come spessissimo succedeva nel XIX secolo a puntate su di un periodico politico (la rivista “Russkij Vestnik”, per la precisione) prima che in volume. Oggetto di numerose riduzioni cinematografiche e teatrali, indicato da tanti intellettuali e artisti del '900 come libro preferito e persino citato da Papa Benedetto XVI in una enciclica, I fratelli Karamàzov è al tempo stesso una saga familiare, un affresco storico-politico, un pamphlet sulla religione e un noir. Non mancano i riferimenti autobiografici: nel 1878 la morte per una crisi epilettica di Alyosha, il figlio di 3 anni di Dostoevskij, lo condusse al monastero di Optina e lo indusse a profonde riflessioni di natura religiosa. Il protagonista del romanzo (o almeno quello così definito dal narratore) Alekséj è l'uomo che l'autore avrebbe voluto il suo piccolo sfortunato Alyosha divenisse, e la figura del “santo” Zosìma è ricalcata su quella di Elder Leonid, un monaco venerato a Optina. Secondo l'interpretazione della maggior parte della critica letteraria - su I fratelli Karamàzov sono stati scritti una quantità incredibile di saggi - l'odioso capofamiglia Fëdor Pávlovič Karamàzov rappresenterebbe la Russia zarista corrotta e decaduta, che può riscattarsi (come del resto tutti noi, suggerisce Dostoevskji) solo attraverso la sofferenza e l'amore, affidando il suo futuro all'innocenza dei bambini, delle nuove generazioni che condurranno verosimilmente la nazione alla gloria internazionale. In effetti pochi decenni dopo l'avvento di Lenin prima e di Stalin poi (e la rivoluzione non è forse anche un parricidio?) avrebbero creato il gigante sovietico, per 70 anni circa alla guida di mezzo mondo, ma verosimilmente lo scrittore russo immaginava qualcosa di un po' diverso. Rigettando le istanze socialiste e il nichilismo secondo lui già sin troppo radicato nella cultura arcaica russa, Dostoevskij riscopre l'anelito religioso e indica nella spiritualità la chiave dell'esistenza: non è però una conversione banale e senile, bensì una visione complessa (e anche contraddittoria) e molto moderna. Furioso per le accuse di moralismo ricevute dal romanzo, egli stesso scriveva poche settimane prima di morire: “Non è come un imbecille qualsiasi (fanatico) che io credo in Dio. E quelli là vogliono insegnare a me e ridono della mia arretratezza!”. Di qualsiasi fede si tratti, quella espressa ne I fratelli Karamàzov è fatta più di domande che di risposte, più di dubbi che di certezze, più di ricerca nevrotica che di serenità. Come tutt'altro che serene sono le traiettorie di vita dei personaggi, inzuppati fino in fondo all'anima di rancore e disprezzo, coinvolti in vicende losche e degradate (stupri, ricatti, prostituzione), travolti da una vicenda giudiziaria angosciante che non riesce a fare luce su un parricidio che ha molto di simbolico. È come se Dostoevskij avesse voluto scrivere un romanzo per donare una luce ai suoi lettori e invece avesse finito per rendere ancora più scuro il buio che incombe su tutti noi.
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