Le notti di Salem
Ci sono due soli modi di approcciarsi a Le notti di Salem (a proposito: insensata la traduzione italiana del titolo, che pare alludere a streghe mentre si parla di vampiri): o lo si considera di gran lunga il più bel romanzo di Stephen King - come faccio io - oppure lo si considera 'semplicemente' una pietra miliare del genere horror, geniale rilettura di archetipi letterari e serbatoio di idee e cliché per decenni successivi di film e libri. In entrambi i casi, la definizione esatta è “capolavoro”. A quanto pare lo stesso King pare appartenere alla mia scuola di pensiero (che gli dei delle tenebre mi perdonino tanto egocentrismo!), dato che ha più volte dichiarato che il suo secondo romanzo a finire sugli scaffali è anche il suo preferito, “più che altro per come descrive le piccole cittadine di provincia”. Un ottimo motivo, a ben vedere: e non si tratta tanto della formula - seppure suggestiva - “Peyton Place meets Dracula” coniata dalla critica statunitense negli anni '70, quando il romanzo è stato pubblicato, e neppure della pur benemerita denuncia delle ipocrisie e delle miserie della provincia americana post-Vietnam, ma di un sentimento struggente che percorre tutte le pagine e ti prende allo stomaco, metà tenerezza e metà disprezzo. Ecco perché siamo più dalle parti de “L'invasione degli ultracorpi” che da quelle di Bram Stoker, sebbene i vampiri ci siano eccome: la perdita dell'innocenza dopo lo scandalo Watergate ha inoculato nell'immaginario collettivo americano la paura di un nemico che non è oltre la Cortina di ferro ma all'interno dei confini, ha concimato paranoie, ha diserbato sicurezze. L'aristocratico succhiasangue di King è spietato, maligno, inarrestabile, ma soprattutto sa guardarci dentro, sa sfruttare le nostre miserie, le nostre debolezze, la mancanza di fede e di coraggio. Nel descrivere i conflitti interiori dei suoi non eroi l'autore de Le notti di Salem raggiunge vette eccelse, la penna scorre sul foglio veloce come un tornado, dipingendo la paura e il conformismo come farebbe un Caravaggio cresciuto a pop corn e sciroppo d'acero: siamo nel 1975, la creatività scorre potente nelle vene di Stephen King, sta per diventare lo scrittore più letto al mondo ma non lo sa ancora, anche se crede di meritarlo. E ha ragione, cazzo se ha ragione. Il romanzo è riproposto da Sperling & Kupfer in un'edizione illustrata con foto in bianco e nero arricchita da una nuova introduzione e una postfazione dell'autore, due racconti e un apparato che raccoglie le pagine eliminate nella stesura finale.
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SK, seppure già considerato un maestro, è ancora sottovalutato e mal etichettato.