La foresta ti ha

La foresta ti ha
Jenghi, il grande Spirito della Foresta, il forgiatore di uomini, l’onnipresente essenza della natura e della vita del popolo Baka, era apparso. Il padre di tutti i pigmei alla fine si era degnato di presiedere la cerimonia di iniziazione. Non potevano vederlo chiaramente, avevano il capo chino in segno di rispetto e la paura li paralizzava: se ne poteva sentire addirittura l’odore permeare i loro fragili corpi. Luis, però, è un antropologo, il suo ruolo in questa cerimonia dovrebbe essere quello di documentare, di vedere, di comprendere fino a che punto la realtà si fonda con le credenze. Compito primario sarebbe quello di accertare quanta parte di tutte le storie che ha sentito raccontare sul Grande Spirito fossero vere. In fondo lui è un ricercatore, un bianco cresciuto nella razionalità, nella costatazione dei fatti, poco incline a dare seguito alle superstizioni, sicuro che la logica spiegherà quello a cui sta per prendere parte. Sicuro come è sicuro che il sole sorga ogni mattina, sicuro come è sicuro di essere Luis Devin. Ma non c’è nessuna certezza nella foresta dei Baka e Jenghi non gli dà il tempo di farsi domande, di riflettere. In un attimo gli è addosso. In un attimo è addosso a tutti i ragazzi. Aveva deciso che quel giorno, in quella radura segreta sarebbero morti tutti, dal primo all’ultimo. Ogni cosa, allora, ha perso consistenza. Tutta la loro vita, tutta la vita di cui Luis era assolutamente certo solo fino a qualche istante prima, da quel momento non ha avuto più senso. Tutto quello che avevano fatto e che erano stati, non esisteva più. Potevano rinascere una seconda volta?...
Difficile comprendere un’esperienza come quella di un’iniziazione tribale senza avervi preso parte. Difficile credere che popoli così lontani nel tempo e nello spazio, così diversi e indissolubilmente legati alla natura come i Baka del Camerun possano essere depositari non tanto e non solo di tradizioni utili alla sopravvivenza della loro tribù ma anche di un sapere “originario”, antico, ancestrale. Difficile credere che questi uomini stiano lottando anche ora, in questo momento, perché la loro cultura non scompaia schiacciata dalla macchina della “civiltà”. Perché in fondo l’esperienza che Devin ci racconta con il duplice sguardo del neofita e dell’antropologo non è soltanto quella di un rito di passaggio ma di un'intera vita. La vita dei Baka, certo, ma anche e più in generale la nostra stessa evoluzione di esseri umani. Permette di ricordare a noi stessi di un tempo perduto in cui eravamo qualcosa d’altro rispetto ai pigri e deboli omini che siamo diventati. Chiusi nelle loro “scatole fortezza” fatte di appartamenti ben arredati, farmaci e sicurezza (più o meno reale) e spesso così drammaticamente lontani da quel senso di comunità e di partecipazione reciproca che invece permea il racconto come una linfa inesauribile. E poi c’è la Foresta, il vero centro di gravità degli eventi, l’unico grande protagonista. Una foresta capace di sovrastare, di togliere il respiro, di incutere la più atavica delle paure ma anche una foresta che ha tutto il nutrimento ed il calore di una madre. Grazie , quindi, a Devin. Il suo stile asciutto e coinvolgente ci regala un viaggio in un mondo che forse è sempre stato anche il nostro ma che ormai da troppo tempo abbiamo dimenticato di possedere.   

 

 

 

 
 
 
 
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