Il complesso di Telemaco
Torino, 2003 d. C.: dopo un anno passato a fare promozioni nei supermarket e vendite telefoniche, e a tre mesi dalla fine dolorosa di una storia d'amore, una giovane precaria riflette amaramente sulla mancanza di certezze che sembra affliggere ogni ambito della sua esistenza, mentre si prepara a un viaggio di una settimana a Roma ospite di una sua amica francese che - beata lei - studia ancora... Nessuno avrebbe potuto scrivere questo romanzo, se non Cristina Légovich, che ormai da tre anni percorre la sua strada lastricata di audaci rimbalzi tra classicità e post-modernità. Un vero e proprio marchio di fabbrica, uno stile unico che la porta oggi a riflettere su una vera e propria piaga sociale: il precariato. E chi meglio di Telemaco, il figlio di Odisseo, costretto a restare sospeso in un limbo tra infanzia e maturità e a non poter compiere il suo destino finché l'illustre padre non tornerà a Itaca (se tornerà) può simboleggiare il dramma delle nuove generazioni che vivono nell'incertezza, anzi nella certezza di non poter costruire il proprio futuro? "Nessuno, che io sappia, si è mai interessato a Telemaco, né in antico né in tempi recenti. E' stato dimenticato perché non era tipico. Non è un eroe, non è un servo che si presti all'oleografia come Euriclea o il porcaro Eumeo, non ha tessuto la tela come Penelope. Non è nulla prima del ritorno di suo padre Odisseo", spiega l'autrice nell'introduzione al volume. Linguaggio ricercato, un pizzico di autobiografia (la Légovich è una giovane insegnante di Liceo, non sappiamo se ancora precaria ma sicuramente almeno ex precaria), introspezione feroce e qualche sensualità fanno de Il complesso di Telemaco un esperimento letterario che merita molta attenzione, nonostante qualche asperità e qualche esibizionismo francamente stucchevole.
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