I malriusciti

I malriusciti
Laura sa suonare la chitarra e cantare: perché invece il vocalist del gruppo è Paolo? Che con la sua voce strozzata vanifica le performance strabilianti di Bi-Alex, dalla voce e dalla chitarra stentorea. Sono amici, quindi il genio ingoia la bile e cerca quantomeno di persuadere gli altri membri a dare alla band un nome davvero d’impatto. Tipo Blue Dark, per dire. Macché, va a finire che si chiamano Psicadelic Casadei e si trovano a suonare davanti ad una folla di nonnetti inferociti tratti in inganno dal nome. Laura, nonostante la pochezza musicale di Paolo, probabilmente gli vuole bene, ma poi che importa, il fatto che sia una ragazza è del tutto accessorio: i Malriusciti sono tutti amici, il sesso non conta. Allora perché non riesce a dormire, quando i maschi del gruppo cominciano a mostrare qualche interesse pruriginoso verso la sua facile amica Ivonne? Dalla notte del 1 gennaio 1980 tutto cambia, tutto precipita: Laura si defila, Paolo passa da una fidanzata all’altra, Lino imbocca la strada accademica e Sti si inventa una professione nel mondo della meccanica. Basta giocare, basta seratine col gruppo a strimpellare. Una finisce in Australia, uno a Pisa, uno a Napoli, uno in Russia, uno si sposa con una giostraia, una torna dall’Olanda, una non si è mai spostata, gli amici vanno e vengono e, a parte Laura col cuore infranto suo malgrado, si tengono sempre in contatto. Riescono perfino a fare la performance della vita sulla ribalta partenopea, grazie ad un tipo invischiato in affari loschi, mezzo galeotto amico di galeotti. Sullo sfondo, con dolore, ma senza rancore, la bomba di Bologna, Siad Barre, la morte di Berlinguer, la corruzione della politica, sì perché i malriusciti sono persone ideologicamente attive …
Da Zola Predosa al resto del mondo: adolescenti in cerca della loro posizione nel mondo, nella società, nella storia, perfino nel gruppo degli amici. All’inizio del romanzo è potente il peso di quella sensazione di inadeguatezza ed incompiutezza tipica di quell’età. Quella convinzione di essere strani, di non poter essere capiti. Tutti scappano, da Zola Predosa, e ci raccontano a turno, in prima persona, i successivi tredici anni della loro vita. La prospettiva è individuale e collettiva insieme, di una collettività intima: lo sfondo sociale esiste, per qualcuno è perfino un lavoro (il giornalista distaccato che racconta il crollo dell’Unione Sovietica), ma non è più che uno sfondo. La vera società sono loro stessi, i malriusciti, e le persone che nel corso di quei tredici anni entrano in contatto con la cerchia. Perché pur con tutto quel marasma interiore è l’adolescenza l’età in cui si creano gli amici per la vita. La lettura è scorrevole, il tono ironico, a volte amaro, c’è una malinconia sottile che pervade tutto il testo e quindi tutti i personaggi, che vanno lontano per poi tornare, attraverso mille peripezie ma senza troppa fantasia, al porto. È facile immedesimarsi in questo o quel personaggio, perché l’adolescenza ci rende tutti un po’ simili, nel nostro affannoso tentativo di affermare la nostra unicità.

 
 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER