Wuh!

WUH!
Senza pasticche. Alle sei del pomeriggio. A poche ore dal tecnival di musica elettronica in un centro sociale a trecento chilometri da Roma. Un vero disastro. Ci hanno appena venduto aspirine al posto della droga. Che ingenui. E che si fa? Ci proviamo col polacco, ultima possibilità di rimediare qualche cosa prima che sia troppo tardi. E poi, alla fine di questa brevissima storia, ti ritrovi a correre e correre, una pistola in mano e rubata a un poliziotto, col tramonto che sovrasta Roma, col freddo che ti entra dentro; come si diventa spacciatori nel giro grosso? Arrivando alla fiducia di Raul, pusher olandese che ti offre la possibilità di provare. Così, io e il mio amico Rick compriamo ecstasy per rivenderlo al rave party di stanotte. Entreremo nel giro grosso, faremo i soldi. Detto, fatto. Il rave party è come te lo aspetti. Musica assordante, ti prendi una pastiglia e la marcia giusta ingrana. Siamo forti, i ragazzi ingoiano e saltano come matti, fino alla mattina, fino alla grande rissa, fino alla fine del rave, quando si fa giorno e torniamo verso Roma, verso Raul, per dimostrargli che siamo spacciatori seri, che abbiamo per lui il dovuto e per noi il resto;  Per Giorgio Rossi è il sogno che si avvera: direttore alle vendite della Wuh!, una delle più importanti case discografiche d’Italia. Entrarci a ventiquattro anni, aumentare le vendite di dischi nel mercato orientale che da sempre è ostico, ricevere in cambio uno stipendio da favola, una villa meravigliosa, le lodi del direttore e l’allontanamento del superiore invidioso. E ancora, passare di grado e infine addestrare la persona che ti sostituirà e che sembra un tipo in gamba. Ma poi, come il quadro che si stacca all’improvviso dalla parete, BLAM!, assistere alla propria e inspiegabile caduta. Inspiegabile fino a quando il vecchio e invidioso superiore non torna alla Wuh!, per prendere il posto che era tuo per merito e diritto…
Raccolta di racconti apparentemente monotematici: la droga, la discoteca e la musica techno, la gioventù bruciata, sniffata, ingoiata, iniettata e disciolta nell’acido o in una sveltina sopra un divanetto, il tutto racchiuso dentro uno stile parecchio strano, molto immediato e schizzato. Con questa quantità di denominatori comuni, il rischio di annoiarsi al quarto o quinto racconto potrebbe concretizzarsi e diventare realtà, invece, grazie al cielo e alla bravura dell’autore, non è così. Dentro ogni storia, dentro ogni traccia, c’è sempre qualche dettaglio che rende il racconto nuovo, apprezzabile e distinguibile dal precedente e dal successivo. Certo, la realtà dipinta così non è granché incoraggiante, il futuro a breve si distingue a malapena e quando ci si arriva è più o meno una disfatta totale, che prevede una ritirata e che ognuno pensi per sé. Però va bene, lo stile c’è, l’architettura anche. Non occorre chiedere altro.

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