Le vergini delle rocce
Il romanzo racconta la trasformazione della colonia inglese Rhodesia in repubblica indipendente col nome di Zimbabwe (dall'antica capitale del regno di Monomotapa, fiorito tra il XIII e il XVII secolo), in particolare il periodo sanguinoso che va dagli anni ‘60 alla fine degli anni ’80, attraverso lo sguardo di due sorelle e di due uomini che cambiano le loro vite per sempre. A ben vedere però, non incontriamo le due sorelle Thenjiwe e Nonceba che dopo una trentina di pagine, e quindi in un certo senso è lo stesso Zimbabwe il vero protagonista della vicenda. Dopo il progressivo disimpegno dell’Inghilterra dalle sue colonie africane, nel 1964 la marcia dell’Africa verso la democrazia fu turbata dall’annuncio del primo ministro rhodesiano Ian Smith, che dichiarò unilateralmente l'indipendenza del Paese per difendere i privilegi dei coloni e mantenere un regime di apartheid simile a quello vigente nel Sudafrica, escludendo dal diritto di voto la maggioranza nera. Scattò un embargo decretato dall'ONU e l'isolamento internazionale, superato solo grazie al sostegno dell’altra grande nazione razzista africana, il Sudafrica. E si satenò anche una sanguinosa lotta di liberazione condotta da varie fazioni di ribelli neri. Dopo anni di massacri, il regime crollò e nel 1980 il nuovo Parlamento proclamò la Repubblica dello Zimbabwe, anche se le rappresaglie e le lotte per la terra continuarono a lungo, e ancora oggi la situazione è tesa. Le vergini delle rocce (a proposito, il titolo fa riferimento a delle incisioni rupestri che uno dei protagonisti maschili, il violento ma fascinoso Sibaso vede nelle grotte delle colline di Gulati) vive di una costante sovrapposizione tra l’eternità della natura e la caducità dell’uomo, impotente di fronte alla violenza cieca della guerra. Una dicotomia che addolora ed emoziona i protagonisti del romanzo, mentre cercano di risintonizzarsi col presente, vittime di un passato che li tormenta ancora e forse lo farà per sempre. Perfetto per questi temi il lirismo sfrenato di Yvonne Vera, a volte un po’ estremo, ai limiti dell’intelligibilità, mentre oscilla con un mood più da poesia che da prosa tra eros e (soprattutto) violenza.
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