Blu quasi trasparente
Pubblicato in patria nel 1976, quando Ryu Murakami era solo uno sconosciuto ventiquattrenne e non l'acclamato regista cinematografico che è oggi (il suo Tokyo Decadence ha segnato un punto di non ritorno nell'estetica del cinema giapponese moderno), questo romanzo autobiografico suscitò un vero vespaio di polemiche, con una parte dell'opinione pubblica che lo accusava di essere solo un guazzabuglio di oscenità e un'istigazione all'abuso di sostanze stupefacenti, e un'altra parte che lo salutava come un capolavoro, un'opera innovativa che fotografava le contraddizioni del Giappone del pre-boom economico. L'attribuzione a Murakami del prestigioso premio letterario Akutagawa provocò addirittura le dimissioni in segno di protesta di parte della giuria, e l'infinita coda di polemiche sui giornali ebbe come prevedibile risultato un successo letterario senza precedenti, con milioni di copie vendute e un segno profondo lasciato nell'immaginario collettivo nipponico. A trent'anni di distanza cosa rimane della tempesta emozionale di quegli anni? Rimane un romanzo un po' esile nel plot - anche se efficacissimo nel trasmettere un senso di disperazione cupo e opprimente - ma giocoforza meno 'di rottura' per quanto riguarda le sequenze hardcore e i temi della droga e della 'gioventù bruciata'. Da manuale invece la descizione del trip allucinogeno di Ryu e Lily nel campo di pomodori sul finire del libro, forse una delle più suggestive digressioni sul tema della storia della letteratura.
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