Lo splendore casuale delle meduse

Inge Lohmark insegna Biologia in un paesino dell’ex DDR, nel quale si respira una certa nostalgia del socialismo e il tasso di natalità è ai minimi storici. Algida e tetragona, la Lohmark dà del lei agli alunni, mentre spiega loro che “nessuno, né l’animale, né l’uomo, può esistere da solo. Tra gli esseri viventi vige la concorrenza e, talvolta, qualcosa che assomiglia alla cooperazione. […] Le principali forme di coesistenza sono la concorrenza e il rapporto preda-predatore”. Se per la stucchevole collega Schwanneke questi ragazzini “è come se fossero figli miei”, lei li bolla come “vertebrati terrestri in fase di sviluppo”, interpretandone le peculiarità somatico-caratteriali come mera risultante genetico-sociale. Dal corpo docente ai cari, chiunque è vittima inconsapevole delle sue annichilenti considerazioni deterministiche: Inge prova indifferenza per il marito, tutto preso dal suo allevamento di struzzi, e pensa con freddezza alla figlia Claudia, mai rientrata dall’America. Si accende semmai parlando di Jeremy Bentham (il filosofo, ideatore del Panopticon, esposto imbalsamato nella University College di Londra) o alle sue venerate meduse, organismi primigeni, splendidi, inappuntabili: “nessun altro animale bilaterale è dotato della sua bellezza. Nulla supera la simmetria radiale”. Per gli esseri umani, invece, nessun simpatia: per dirne una, Inge assiste, senza intervenire, alle vessazioni che Ellen subisce da parte di alcuni bulli. Questa vita criogenizzata subisce però delle lievi scosse: da una parte il malessere fisico, contrapposto all’apparente disinteresse a riguardarsi; dall’altra uno strano sentimento nascente nei confronti di un’alunna, Erika, complice il fascino per una “grafia da maschio”. E poi la mail di Claudia, telegrafica, spietata, e il ricordo di un segreto che, da solo, racchiude lo sterminato universo in implosione di Inge Lohmark...
Lo splendore casuale delle meduse è una perla letteraria, la secrezione necessaria e ponderata di un organismo troppo evoluto per conservare tracce di umanità, ovvero la protagonista Inge Lohmark: inclassificabile nello stereotipo dell’insegnante inacidita, la Lohmark ha raggiunto una tale astrazione dalla sfera delle sovrastrutture sociali e affettive da ridurre se stessa a puro pensiero (lei, emblema dell’uomo, “l’essere vivente con il cervello solcato dalle rughe più profonde”), cementificandosi un esoscheletro ideologico impenetrabile. Attraverso una prosa frammentata, a volte strenuamente ipotattica, Lo splendore casuale delle meduse - Stiftung Buchkunst 2012 - procede per aforismi, citazioni e rimandi interni. Tante le chicche aneddotiche o nozionistiche (splendido il racconto dell’inseminazione artificiale delle mucche), che lo fanno somigliare, a tratti, a un compendio di biologia romanzato. Eppure, grazie a un sarcasmo sofisticato ma accessibile, si ride e ghigna, mentre si viene spazzati via da questo sardonico tornado scientista.

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