Tempesta elettrica - I don’t want to grow up

Tempesta elettrica - I don’t want to grow up
James (il nome che Giacomo si è cucito addosso in onore a Jim Morrison) si taglia barba e capelli, elimina strati su strati di colori, tintura e ricrescite, si fa una lunga e scrupolosa doccia (come non se la faceva da settimane), si concede un’ultima fantasia sessuale senza pregiudizi su Mariangela Cucchiarelli (taglia quarantotto in jeans aderenti e magliette Disney) e poi prende la tovaglietta da cucina, quella con i nodi marinari, per preparare un nodo scorsoio come si deve e impiccarsi. L’sms che gli annuncia il polpettone della nonna arriva giusto in tempo per scendere dalla sedia… Ecco  un adolescente di trentadue anni: maglietta dei Ramones, un lavoro interinale al centro Caritas e patente mai presa. Nelle notti di turno al dormitorio gioca a Street Fighter II per stemperare l’ansia di stare in mezzo a quelle facce da galera, sosia di Nicolas Cage, alcolizzati e barboni alla Bud Spencer. Con le ragazze è tutto fermo da un bel pezzo, almeno fino a quando non deve compilare la tessera di Susanna, dieci anni più giovane, tatuaggi e un gran bel culo. “Suzy Express, riparazioni di sartoria” dice il biglietto infilato vicino alla carta d’identità e lui se lo mette in tasca, potrebbero scapparci un paio di toppe sul giubbino…
Puntata dai toni punk per il terzo appuntamento con la collana Demian de Il Foglio, nella consueta formula di due racconti e due autori. La suggestione è sempre quella dell’adolescenza, del “tentativo di una vita, l’accenno di un sentiero”, un’adolescenza che è innanzitutto uno spazio della mente piuttosto che uno spazio del tempo. Questi sono due racconti di giovinezze molto prevedibili nelle loro ribellioni (o non ribellioni), di ragazzini malinconici, ubriachi di vodka con le mutande abbassate nel cesso di un locale e di ragazzini troppo cresciuti per essere ragazzini e troppo svogliati per essere adulti, vestiti ancora con le magliette delle rock band… c’è insomma un’ingenuità che non è banalità ma che tende un po’ fastidiosamente verso un’idea di adolescenza che potrebbe venir fuori da un talk show. Eppure i racconti si fanno ben volere, non raccontano nulla di insolito su quello che è (o che la gente pensa che sia) l’adolescenza ma quello che raccontano lo raccontano bene, e se in queste storie non c’è un occhio nuovo c’è però freschezza, una bella scrittura e ritmo. L’idea di fare un percorso di narrativa su un momento particolare di strappo, di salto ci piace: ma qui è la forma più che la trama a valere l’oretta che si passa leggendo questi racconti. Un’oretta che si passerà comunque con piacere, a casa, in treno o in su una panchina, i volumetti Demian funzionano anche perché si possono stropicciare e mettere in borsa senza tanti pensieri. 

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