Urbino, Nebraska

Zena Mancini - sulla carta d’identità e nella vita studentessa universitaria - vive la prima, grande crisi che la traghetterà verso i terremoti dell’età adulta. Ha scelto infatti di studiare Economia, ma i libri di statistica vanno stretti alla fame di sapere: nel suo petto batte, in gran segreto, un cuore da archeologa. Nella mente, invece, pulsa il rovello di un’incertezza, per l’oggi e il domani, che non la fa sentire a proprio agio neppure nella decisione di seguire una grande passione. Poi c’è Nicola Chimenti, un giovane, almeno all’apparenza, come tutti gli altri: lo studio, gli amici, le cotte adolescenziali, la band. E la vocazione da prete. Quella che nessuno, egoisticamente, riesce a capire, tacciandolo di egocentrismo: ci fai del male, perché ci lasci, non capisci niente, tu. Nei ricordi di Mattia Volponi, invece, brillante architetto trasferitosi in Austria, i ricordi si scorgono appena dietro i sensi di colpa. In Italia vivono ancora una sorella con cui non riesce a dialogare e un  padre, vecchio,  stanco, preda di una feroce ostinazione e di una pericolosa vicinanza alla bottiglia. Infine l’ultima voce, quella di Federico, la cui storia inizia dalla fine. Non quando, alzandosi e vedendo fuori dalla finestra il paesaggio ricoperto di neve, osserva il nonno spalare con tenacia il vialetto d’ingresso. Quando, piuttosto, alla sua morte riprenderà in mano la stessa pala per compiere la prima, vera azione della sua vita: consapevole, meditata, carica di significato. Sotto tutte queste storie, che pur lontane nel tempo hanno un unico cuore pulsante nella città di Urbino, si muove quella passata, mai dimenticata, di due sorelle, Ester e Bianca: trovate morte in un giorno del 1987, un ago in vena e il vuoto infinito negli occhi. Nessuno le ha mai viste, nell’ultima gelida istantanea del decesso, eppure le loro figure diventano fantasmi ossessionanti per molte altre, comuni esistenze...
“Urbino, sotto il cielo insicuro di marzo, non sa decidersi se sentirsi il centro del mondo o l’ultima remota propaggine”. È tutta in questa frase il senso profondo del secondo libro di Alessio Torino, Urbino, Nebraska: quasi a voler sottolineare sin dal titolo l’appartenenza ad un luogo (tanto mentale quanto reale) ben definito. Che c’entra Urbino con il Nebraska? Nulla, sembrerebbe, separati come sono da chilometri d’oceano senza fine. Eppure, nella lingua chiwere Nebraska significa "acqua calma": e Urbino appare come un angolo di mondo dove tira molto vento, ma nulla mai diventa altro da se stesso. A partire, per esempio, dai protagonisti raccontanti da Torino: presi all’amo dalla voglia di cambiare, di andare, eppure perennemente costretti al laccio di un languore senza possibilità di fuga. Alessio Torino, lavorando all’università, Urbino la conosce bene: ma non tanto, o non solo, nelle architetture rigorose e splendenti, nell’essere meraviglioso prodotto di perfezione artistica. Torino conosce bene Urbino (quante città, in così poche righe) soprattutto in quella che è la sua doppia anima di paese solo e solitario, senza più ferrovia, capace allo stesso tempo di accogliere e ammaliare viaggiatori e studenti: ha dimestichezza con le ripide salite mozzafiato, gli intrichi di vie, il panorama dall’alto della rocca. Qui, tra la Fortezza Albornoz e la Piazza del Mercatale, ha fatto fiorire quattro diverse vicende, appartenenti ad anni diversi ma legate ad un vecchio episodio di cronaca nera non ancora metabolizzato: ad un grumo di verità a cui si può solo girare attorno, senza riuscire ad afferrarlo. Le incertezze di Zena, la rivoluzione di Nicola, la passiva malinconia di un bravo architetto, sono solo satelliti: in mezzo ci sono due pianeti gemelli, Ester e Bianca, le cui croci premature fanno ombra al presente. C’è un brulicare di narrazioni e parole in Urbino, Nebraska, che Torino ci restituisce con un’attenzione minuziosa al più piccolo dettaglio, nel timore che qualcosa, nei suoi quadri di parole, possa sfuggirci: un torricino, la luce su di un mobile, la piega di un riccio. Fatti che si cercano e rincorrono come note di un pianoforte su e giù lungo una scala a chiocciola: dove ad ogni struttura esterna, concreta, reale, Alessio Torino fa corrispondere, grazie ad una scrittura lineare, curata, senza sbaffi, un’architettura emotiva in cui è possibile rintracciare piccole e grandi crepe. Storie che, pur muovendosi, non si allontanano mai dal punto focale, da un personalissimo occhio del ciclone: che in Urbino, Nebraska, è una periferia placida, silenziosamente fascinosa. Forse descritta con troppa precisione, con un’esattezza di stile che non lascia né un’emozione, né una virgola al caso, rischiando di frapporsi come un vetro lucente tra il lettore e la materia narrata: privandolo del privilegio di sentirsi parte, toccandole con mano, delle inquietudini di Zena, Mattia, Nicola.

Leggi l'intervista a Alessio Torino

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