Fight club
Un esordio di prim’ordine per lo scrittore americano Chuck Palahniuk, che assesta un colpo al perbenismo ed alle convenzioni borghesi - per usare un termine volutamente demodé - con una storia “acida” e nichilista che avvince e spiazza con trovate geniali (le saponette fatte con il grasso delle liposuzioni; i combattimenti all’ultimo sangue negli scantinati; il pianto liberatorio durante gli incontri dei gruppi di sostegno) e frasi fulminanti (“Gente che conosco, che una volta andava a sedersi in bagno con una rivista pornografica, adesso va a sedersi in bagno con un catalogo dell’Ikea”; “La prima regola del Fight club è che non si parla del Fight club”; “Quando sei al Fight Club tu non sei i soldi che hai in banca. Non sei il tuo lavoro. Non sei la tua famiglia e non sei quello che dici di essere a te stesso”) destinate ad incollarsi nella memoria. Anche grazie al contributo visivo dell’ottimo film di David Fincher – con Brad Pitt ed Edward Norton – il libro è entrato a far parte dell’immaginario collettivo (termine un po’ logoro ma in questo caso efficace) ponendo coraggiosamente in primo piano i “cattivi sentimenti” e facendo assurgere la pulsione autodistruttiva ad unica modalità di sopravvivenza. Chi di noi non ha un lato oscuro? Una personalità nascosta che può rimanere tale per tutta la vita oppure manifestarsi con esiti devastanti: un Tyler Durden – una sorta di giovane Holden cresciuto e molto incazzato - abita abusivamente dentro ognuno di noi e prima o poi saremo tutti costretti a farci i conti. Fight club è un pugno nello stomaco, è un libro che ti folgora con la sua crudezza. Puoi amarlo od odiarlo per sempre. Proprio come un vero classico.
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