L'era del porco
Vabbè, allora ditelo. Rock, fumetti, ragazze, calcio, libri, alcol e problemi. Tolto il cibo, non è che rimanga molto altro di interessante in giro. E Morozzi che fa? Schiaffa tutto insieme, ce lo incarta ben bene e ci sorride di là del bancone: “Mangi subito o porti via?”. Certo che mangio subito, che domande: il libro si inghiotte in un paio d’ore bulimiche, come un bustone formato famiglia di patatine il giorno prima di cominciare la dieta. Leccandosi pure le dita alla faccia di. Dopo averci fatto intravedere una possibile via italiana al thriller metropolitano che non necessariamente debba tradursi in uno scimmiottamento da periferia dell’Impero con il suo precedente romanzo Blackout, Gianluca Morozzi ha insomma calato la carta a sorpresa di un libro che viaggia su registri del tutto diversi. Per usare una metafora musicale, ché il Morozzi è uno che mastica, siamo passati dallo speed industrial sghembo e sincopato dei Prong alla gioiosa linearità ormonale quattroquarti dei Green day. Per usare una metafora calcistica, ché il Morozzi è uno che va in curva da quando è entrato nella pubertà, siamo passati dal catenaccio cupo, ossessivo e criptogay dell’Italia di Bearzot alla sbarazzina Sampdoria di Mancini e Vialli e del surreal-etilico Boskov. Morale della favola: L’era del porco ha tutte le caratteristiche per piacere a molti, per fare gola a Muccino & cloni, per rappresentare il trampolino di lancio dello scrittore bolognese nel flusso dorato del mainstream (boinnnng>splash), ha il personaggio dell’Orrido che è simpatico da morire, è un romanzo carino, divertente, si legge d’un fiato, è pieno di riferimenti giusti e di quelle citazioni lì, però è anche un po’ meno coraggioso dei libri precedenti, un po’ più commerciale, decisamente meno sorprendente. E’ arrivato il momento del colpo di genio alla Detari. Vai, Lajos. Vai, Gianluca.
Leggi l'intervista a Gianluca Morozzi
acquista:

Enrica Bonaccorti vi consiglia: 

