Opendoor

Opendoor
Opendoor è il nome di un villaggio sonnacchioso della campagna argentina a pochi chilometri da Buenos Aires, quasi un prolungamento della colonia psichiatrica fondata sul posto verso la fine dell’ottocento cui deve il suo nome.  Un giorno nel villaggio arriva una ragazza per visitare un cavallo malato in un ranch del luogo. Della ragazza si sa poco e niente, a parte il fatto che è una veterinaria e vive a Buenos Aires insieme alla compagna, Aìda. Alla fermata dell’autobus viene a prenderla il proprietario del ranch, Jaime, un uomo di mezz’età di poche parole. Dal finestrino del suo camion vede scorrere il paese, che sembra bloccato in un eterno presente, in una quiete lugubre che somiglia alla morte. A parte un campo di polo, un centro commerciale e qualche emporio, non c’è altro. Eppure la ragazza ne è stranamente attratta e quasi fatica a staccarsi dal villaggio e dai suoi ritmi lenti per tornare in città. Una sera qualunque, lei e Aìda escono insieme e si perdono di vista tra la folla per non ritrovarsi più. Aìda scompare senza una spiegazione e la ragazza non trova di meglio che tornare a Opendoor da Jaime. Inizia a vivere alla giornata, senza progetti chiari per il futuro, trascinandosi tra la relazione monotona con Jaime e la passione per una ragazzina ribelle e sfrontata, mentre il mistero della scomparsa di Aìda sembra non trovare soluzione e, forse, non le interessa neanche più…
Il primo romanzo di Iosi Havilio è un piccolo capolavoro in cui la lingua, il soggetto e l’ambientazione trovano una corrispondenza perfetta, come se il contenuto avesse generato lo stile e viceversa. La scrittura scarna e asciutta descrive un mondo anch’esso ridotto all’essenziale, un paese che è lo spettro di un paese, personaggi ridotti all’osso di cui non si sa quasi nulla (persino il nome della protagonista è taciuto). Siamo quasi al grado zero dell’esistenza: a parte mangiare, dormire e fare sesso, sembra che i personaggi non abbiano altre esigenze e non si facciano troppe domande sulla loro vita o su quella delle persone a loro vicine. Un universo assurdo prende forma cui fa eco l’ingombrante presenza della colonia psichiatrica “open door”, a porte aperte, un posto dove i malati non vivono rinchiusi, ma sono liberi di entrare e uscire. Difficile dunque dire dove finisca l’ospedale e cominci il paese, difficile trovare una differenza significativa tra i malati e le persone normali, quando la vita stessa è priva di senso e di una qualsiasi logica che non sia la casualità. È un libro dove ogni confine riconosciuto viene oltrepassato, come in un film di David Lynch in cui si confondono sogno e veglia, apparenza e realtà, in cui il mistero è ovunque ma quasi mai viene svelato.

 

 

 

 
 
 
 
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