Un futuro a colori

Un futuro a colori
Elisa è una donna di trentatré anni. Sua nonna - la maestra del paese - era riuscita a far studiare entrambi i figli nonostante fosse rimasta presto vedova; e suo padre - maturità classica - era riuscito a trovare subito impiego, dopo il diploma, in una buona azienda locale, tanto che per fare una brillante carriera e diventare dirigente non aveva neanche avuto bisogno di laurearsi. Lei, invece, laureata in lettere classiche, non riesce ancora a seguire le orme della nonna, costretta com’è ad accontentarsi di incarichi precari da supplente e a vivere per forza di cose con i genitori. A suo fratello maggiore, Paolo, di quarant’anni, le cose non è che vadano meglio: diplomato in ragioneria nella speranza che il “titolo finito” potesse aprirgli le porte delle imprese, si ritrova a fare l’operaio in mancanza d’altro. Solo ad Andrea, il terzo, è “andata bene”: ha studiato Economia (invece di fermarsi alla ragioneria o di scegliere le lettere), ha imparato l’inglese all’estero e, sfidando le prospettive tradizionali (quelle del posto fisso vicino casa, per intenderci) è riuscito a girare il mondo e a lavorare per diverse aziende, per di più nel ramo che ama, l’enogastronomia…
La storia di Elisa e della sua famiglia è per l’autrice paradigmatica delle conseguenze della mentalità italiana - statica e incapace di correr dietro alle tante nuove opportunità che continuamente sbocciano nel nostro mondo sempre più globale e digitale. Ma a ben vedere questo libro non è altro che la solita favola del self-made man, a cui la “fortuna” non è caduta dal cielo ma se l’è saputa costruire, scegliendo ad esempio la facoltà universitaria giusta, e sapendo approfittare di tutte le occasioni nel migliore dei modi, fino a diventare non più uno che cerca lavoro, ma uno che tutte le aziende vorrebbero. Come a dire: se non riesci a trovare lavoro, creati le tue opportunità e non rompere; se non ci riuscirai, continueremo a ripeterti che è soltanto colpa tua e della tua inettitudine. È il mito del “tutti imprenditori di se stessi” che non cessa di venir propagandato, pur di fronte all’evidenza della propria insostenibilità. Un po’ come quando si dice ai Paesi poveri che sono poveri perché non applicano le politiche liberistiche dettate dall’FMI: poi quelli le applicano e magari peggiorano, al che gli si dice: “Non le avete sapute applicare bene”. Tutta questa retorica dimentica il fatto che il lavoro non dovrebbe essere né una sfida né un gioco al massacro, perché non è una cosa della quale si possa fare a meno: è una cosa necessaria, come l’acqua e il cibo. Parlarne per storielle, fingendo di ignorare che la realtà sia fatta di poche opportunità e di molte persone che non sono tagliate (e non lo saranno mai) per fare gli imprenditori è impresa miope che finisce per trattare con leggerezza (in senso deteriore) un tema tremendamente serio: appunto, il lavoro.

 

 

 
 
 
 
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