I doveri dell’uomo

Tutte le scuole rivoluzionarie da sempre predicano all’uomo che egli è nato per la felicità, “che ha diritto di ricercarla con tutti i suoi mezzi, che nessuno ha diritto d’impedirlo in questa ricerca”, che questa felicità va conquistata con le buone o con le cattive. E le cattive sono le rivoluzioni. Ma dopo le rivoluzioni gli uomini che hanno lottato per la felicità l’hanno conquistata davvero? “No; la condizione del popolo non ha migliorato, ha peggiorato anzi e peggiora in quasi tutti i paesi (…), la sorte degli uomini di lavoro è diventata più incerta, più precaria”. E allora qual è la vera felicità? E come raggiungerla?
Uscita prima su riviste politiche a partire dal 1841 e raccolta in volume nel 1860, I doveri dell’uomo è opera tarda ma innovativa, insolita eppure paradigmatica del pensiero mazziniano, considerata una bibbia da statisti del calibro di Gandhi e Golda Meir. Quando ne inizia la pubblicazione, Giuseppe Mazzini ha 36 anni. Da dieci ha fondato la “Giovine Italia”, da otto è stato condannato a morte in contumacia: è nel pieno della maturità culturale, filosofica e politica. L’afflato mistico che altrove gli fece dire che occorreva “mettere al centro della propria vita il dovere senza speranza di premio, senza calcoli di utilità” e che così poco piaceva a Karl Marx qui è ai massimi: sin dalle prime pagine si parla di Dio. “La dimensione verticale dell’esistenza, quindi, caratterizza il pensiero mazziniano, una concezione religiosa della vita che diede a molti suoi seguaci la forza di compiere imprese all’apparenza impossibili”, spiega Achille Ragazzoni nella sua introduzione. E poi chi se non uno come Mazzini avrebbe potuto partorire un pamphlet così controcorrente, che poneva al centro i doveri dell’uomo e del cittadino quando non c’era ideologo, capopopolo o filosofo progressista che non parlasse incessantemente ed esclusivamente di diritti? Un manifesto anti-individualista tragicamente fuori tempo massimo.

 

 

 

 
 
 
 
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