Mette pioggia

Mette pioggia
Un uomo, Hans, con un gesto repentino si getta da un ponte: sono le quattro del mattino, in giro non c’è nessuno. Per Hans sette giorni sono troppi. Per Giovanni, invece, non passano mai: così come gli anni trascorsi tra i tavolini del suo bar, a raccogliere storie e preghiere dentro il confessionale liquido di un bicchiere. Un altro uomo ancora, Zanon, trascorre ore nel laboratorio in cui lavora: pensando alla disorganizzazione dei colleghi e alla distanza emotiva dal figlio, già abituato a parlare come la gente del posto. E infine una donna, brava moglie e madre, stretta tra pianti del bambino e cibo per gatti, sola in casa e sola fuori, ma per fortuna c’è suo marito, stipendio mensile, televisore nuovo e soldi per la spesa. Tutti si muovono lentamente, forse macchinalmente, mentre la testa brucia di pensieri e la Sardegna secca la sua terra sotto il fardello di un caldo impietoso…
È una Sardegna arsa e asfittica quella descritta da Gianni Tetti in Mette pioggia, seconda prova narrativa dopo I cani là fuori (sempre pubblicata per i tipi della Neo.): ma qui, di pioggia e respiro non c’è traccia. Come i luoghi, opprimenti e trasfigurati, anche i personaggi che li abitano hanno il fiato corto e le membra stanche: il loro personale girone infernale è costituito da sette giorni in cui afa lancinante, paura e inquietudini ribollono crescendo dentro e fuori spiriti insofferenti e allo stesso tempo terribilmente lucidi. Mette pioggia suscita in noi un sentimento perturbante, guidandoci lungo il labirinto che porta all’ultima, tragica settimana che ancora rimane all’umanità per fare e disfare: fino a farci ritrovare a tu per tu con lo specchio in cui si riflettono tutti i nostri abissi.

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