The dreamers

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The dreamers

Parigi, 1968. Matthew, diciannovenne americano di buona famiglia, studia cinema e frequenta ossessivamente assieme a Théo ed Isabelle, due gemelli diciassettenni francesi, la Cinemateque Francaise. Quando il governo chiude il centro culturale, i tre si chiudono nella grande casa di Theo ed Isabelle, approfittando di una lunga assenza dei loro genitori, e lì passano le giornate a porsi a vicenda indovinelli sul cinema. Matthew scopre ben presto che tra i due c'è un rapporto incestuoso, che si allarga anche a lui, con tutte le combinazioni possibili. Fuori, nel frattempo, scoppiano disordini tra studenti e polizia: il Maggio è cominciato...

Per esplicita ammissione di Gilbert Adair, The dreamers non si propone di raccontare il '68, ma solo di dare conto della voglia di cambiare e di sognare che in quel periodo storico rese i giovani macchine utopiche perfette (non vorremmo deludere nessuno, ma abbiamo l'impressione e la speranza che sia così sempre, non solo nel '68). E meno male, perché questo romanzo breve, che vorrebbe avere i toni lievi e commoventi di una celebrazione nostalgica e tenera (e non dubitiamo che per l'autore sia davvero così) non fa altro che glorificare personaggi antipatici e snob al limite dell'odioso. Vacui perdigiorno del tutto inconsapevoli sia di quanto sta accadendo fuori dalle finestre del loro lussuoso appartamento da ricconi nel pieno centro di Parigi, sia delle dinamiche interne al loro essere, del loro rompere le regole dal punto di vista sessuale, che sembra più un antidoto (inefficace) alla loro noia suprema che una reale sovversione dei sensi, una vera distruzione di tabù. Anche Matthew, coscienza critica del gruppo, si aggrega al tran tran non con convinzione, ma per senso di inferiorità e per sottomissione sessuale nei confronti di entrambi, dando vita ad una interessante dinamica masochistica forse non adeguatamente esplorata da Adair. The dreamers potrebbe forse passare l'esame come libro sul cinema, ma anche qui la mostruosa erudizione dei giovani protagonisti più che suscitare ammirazione fa rabbia, figlia com'è di una comprensibile ma squallida voglia di emulazione e di appartenenza ad un gruppo (ristretto e settario, naturalmente) più che di una sincera, magari insana passione. La scrittura di Adair è semplice, diretta, senza fronzoli. Anche l'erotismo perverso che è al centro del battage pubblicitario attorno al libro è solamente accennato, senza morbose sottolineature che avrebbero trasformato il tutto in un mostruoso ammiccamento per reduci. Almeno questo, Adair sembra avercelo risparmiato.