Né di Eva né di Adamo
Per apprezzare totalmente Né di Eva né di Adamo bisognerebbe leggere Metafisica dei tubi (Voland 2002, Guanda 2006), bellissimo racconto dei primi anni di vita di Amélie Nothomb, in cui la passione per il Giappone nasce e cresce furibonda, carnale, assoluta. Perché è il Giappone il vero oggetto dello sguardo della Nothomb, con le sue contraddizioni e il fascino inestinguibile, con la difficoltà di integrazione degli stranieri e l’incomprensione inevitabile che nasce dalla lingua (tanto distante da qualsiasi idioma occidentale) e interessa ogni ambito della vita. Amélie si è sempre sentita giapponese, eppure il suo viaggio a Tokyo la immerge in una realtà dove deve ricominciare tutto da capo, nonostante il cuore racchiuda vivi e concreti quei primi anni di vita con la tata giapponese, con il Giappone intorno a permeare ogni aspetto dell’esistenza. La storia con Rinri è un paradiso comodo e dolcissimo nel quale Amélie si immerge alla ricerca di se stessa e di quella parte di anima inesorabilmente giapponese, formatasi dalla nascita fino ai cinque anni di vita; e Rinri è uomo atipico, capace di tenerezza e pazienza, di passione e curiosità, e pronto ad accogliere le bizzarrie della fidanzata e assecondarle per la pura gioia di osservarne l’esistenza. E’ amore, quello di Rinri, con un fondo di inspiegabile rassegnazione, con la voglia di evolvere verso l’entusiasmo occidentale ma incapace di abbandonare la constatazione zen di una realtà che non può che essere accettata. Con gli spazi di misteriosa poesia che sa regalare. Amélie Nothomb scrive meglio quando rinuncia alla costruzione delle trame e si abbandona all’istinto, al ricordo e all’emozione, e il Giappone sembra specchiarsi nei suoi occhi nella fotografia di copertina.
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