Grande Madre Rossa

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Grande Madre Rossa
Milano, primi anni del secondo millennio. Il Palazzo di Giustizia esplode e muoiono migliaia di persone, anche a causa del crollo di tutti i palazzi circostanti, in pieno centro cittadino, a quattro passi dal Duomo. Quando avviene lo scoppio, il commissario Guido Lopez ha appena finito di giocare a tennis con uno sconosciuto che si chiama Luca Savioli: Calimani, l’altro ispettore dell’Investigativa con cui Lopez aveva in programma di giocare, non si è presentato all’appuntamento. Sente il rumore dell’esplosione da via Mecenate, a chilometri di distanza, come altri cittadini che, presi dal panico, si affacciano alle finestre, escono dai bar e dai negozi, si buttano a terra. Per trovare i responsabili dell’attentato, riconoscere salme e resti delle vittime sotto le macerie, ma soprattutto recuperare lo schedario che contiene i documenti di processi fondamentali nella storia del Paese, di indagini su trame oscure e su tanti fatti di cronaca più o meno importanti, si costituisce un’unità di crisi cui partecipa anche Lopez. In una Milano ricoperta dalla polvere bianca del marmo sgretolato, nella frenesia del momento epocale, con la pressione di politici e mezzi di informazione, a prevalere è l’ipotesi della “pista islamica”: a collaborare con gli uomini dei servizi segreti italiani ed europei vengono chiamati anche vecchi agenti dell’FBI. Lopez indaga però su Luca Savioli, il cui nome compare nell’elenco dei dispersi dal giorno dell’attentato, benché non possa essere morto nel crollo. Viene così a sapere che, per non presentarsi ai campi da tennis quel giorno, Calimani ha intascato mille euro dalla Grande Madre Rossa, organizzazione eversiva internazionale che trova ispirazione nelle idee della terrorista Ulrike Meinhof e che intende colpire ancora…
Forse gli storici del futuro leggeranno Grande Madre Rossa come un contributo alla riflessione su certi momenti critici della storia del nostro Paese. Non tanto per la qualità letteraria del romanzo, il cui stile e linguaggio semplice e concitato si adattano bene al contenuto ansiogeno della trama; nemmeno perché Giuseppe Genna è tra gli scrittori più attivi e noti nella scena editoriale italiana o perché il libro, a quattro anni dalla sua pubblicazione, è venduto insieme a altri bestseller nei distributori automatici della metropolitana milanese. Potrebbe accadere perché riporta nomi di aziende, strutture istituzionali, media, luoghi e personaggi politici reali: per esempio, nel “premier” affarista - protagonista anche del cosiddetto “capitolo fantasma” del libro, scaricabile dal sito dello scrittore – è facilmente riconoscibile Silvio Berlusconi. Nella Nota premessa allo svolgimento della narrazione, l’autore spiega di essersi servito della realtà “al fine di denotare figure, immagini e sostanze dei sogni collettivi che sono stati formulati intorno a essi, e si riferiscono quindi a un àmbito mitologico che non ha nulla a che vedere con informazioni od opinioni circa la verità storica effettiva degli avvenimenti o delle persone – in vita o scomparse – su cui questo romanzo elabora una pura fantasia”. Quanti però, tra i lettori comuni che magari acquistano il libro in metropolitana, sanno che Ulrike Meinhof (1934-1976) è vissuta e morta sul serio, andando incontro a una fine orribile, proprio come quella rievocata in Grande Madre Rossa? Faceva parte della “Banda Baader-Meinhof”, un gruppo terrorista tedesco attivo negli anni Settanta, e la sua biografia è stata pubblicata in Italia nel 2007. Escludendo un ispettore poco originale come Lopez (ex tossico, con l’impermeabile sporco) e una trama plausibile benché fantasiosa, il pregio vero del romanzo restano forse certe prove di scrittura sparse qua e là, e le prime cinque pagine del libro in cui l’esplosione è osservata dallo spazio ultraterrestre.