Il secolo infelice
Attraverso le parole di Kertész - che toccano temi come la letteratura, il cinema, la quotidianità - emerge prepotente la violenza brutale e assurda di quanto quest'uomo, questo scrittore, ha dovuto affrontare: il nazismo, i campi di concentramento, il regime comunista. E le loro conseguenze nell'animo. Comunica con chiarezza l'autore il suo timore che quanto è stato così eclatante, come lo sterminio degli ebrei, venga relegato ad un episodio del passato. La cultura, attraverso stereotipi letterari e cinematografici, attraverso i libri di storia, sta cristallizzando in un passato irripetibile l'accaduto e perde di vista la possibilità (e la concreta evidenza) che possa riaccadere. Si impone poi, silenziosamente e discretamente, facendosi spazio tra emozioni e riflessioni più forti, l'attaccamento dell'autore per il suo Paese (non la sua patria), l'amore per la sua lingua e per la vita. Non sono saggi questi, in realtà, o discorsi: sono freddi schiaffi che costringono a tenere gli occhi aperti davanti alle debolezze e alle bassezze dell'uomo; davanti alla paura di questo animale di fronte a se stesso e al vano tentativo di scacciarla privando i suoi simili di ogni parvenza di umanità e infine della vita. L'ironia, l'onestà e la moderatezza impiegate dal premio Nobel ungherese donano una grande incisività e costringono il lettore a non abbandonare testi tanto scomodi e “difficili”. Un libro per pensare.
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