La solitudine dei numeri primi
Parla di questo, il libro d'esordio del torinese Paolo Giordano, laureato in Fisica teorica e impegnato in un dottorato nella sua città natale. Sì, parla di solitudine, la solitudine dei numeri primi, numeri indivisibili, numeri solitari. Un libro acclamato, osannato, sbattuto sulle pagine di tutti i giornali. Perché, mi domando? Grande merito va allo stile, così diretto eppure fragile, come una voce che si insinua dentro il lettore, come un occhio che segue Alice e Mattia nello scorrere degli anni fino a vederli adulti, incapaci di chiedere, di dare, di prendere, votati alla sofferenza e all’insoddisfazione quasi fosse diventata una scelta consapevole, come se il cerchio non solo non potesse, ma non volesse essere spezzato. Eppure… santo cielo, ho quasi paura a dirlo: questa storia è scontata. Mi ha ricordato un Moccia più raffinato e consapevole, eppure prevedibile. Un Moccia depresso, incapace di sorridere, votato alla sofferenza più nera, al punto che a questi ragazzi verrebbe voglia di dire: “Sveglia, che la vita non aspetta nessuno!”. Almeno Moccia parla di amore che si concretizza: Giordano invece vuole che questa storia vada male, ed è ok, non tutte le ciambelle possono uscire con il buco, ma perché sapevo già che cosa sarebbe successo nelle ultime cento pagine? E perché ho avuto la sensazione che il tema della somatizzazione dei disagi interiori venisse affrontato quasi con superficialità? Un’Alice come quella descritta nel libro sarebbe morta da tempo, dopo un’anoressia prolungata per più di venti anni. Imprecisi alcuni passaggi narrativi, lacunosi, presentati per poi essere subito abbandonati in un angolo, quasi non meritassero un approfondimento. Certo, sarebbe bello che tutti avessero una sensibilità acuta come quella dei protagonisti (anche se tende a sfociare in autolesionismo allo stato puro) ma sarebbe altrettanto bello se si fosse dato a La solitudine dei numeri primi l’importanza che meritava, senza abbandonarsi a troppo facili entusiasmi per un romanzo che trasmette la sensazione di essere già stato, già odorato e respirato altrove, su altre pagine, nato da altre penne. Da affrontare con spirito oggettivo, senza crearsi aspettative, tenendo fuori tutto quello che è già stato detto, lasciando che le pagine vi portino laddove sapranno condurvi.
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