Non un manuale, non un libro che tenta, inutilmente, di tracciare la storia del documentario, così frammentata e spesso vittima di censure e scarsa diffusione che sarebbe impossibile soltanto cimentarcisi. Piuttosto un lavoro realizzato a quattro mani da due documentaristi, due addetti del settore – Giannarelli è stato anche candidato all’Oscar con “16 ottobre 1943” – che ne parlano dal loro punto di vista “soggettivo”, “da dentro”, come sottolineano orgogliosi. Non un abbecedario delle riprese insomma, ma un libro che si interroga su cosa sia il documentario, dalle prime apparizioni all’epoca dei fratelli Lumière alla svolta tecnologica di oggi, culminando, ma solo nell’ultimo capitolo, in una risposta più concreta sulla sua natura. Tratta dalla sua storia che, avvisano gli autori, non può che essere estremamente euro-centrica, tenendo conto dei tanti autori che ci si sono confrontati, da Rossellini a Zavattini, da Leni Riefensthal a Werner Herzog, da Oliver Stone a Martin Scorsese...
Tra “la testa e i piedi” del libro, così come lo descrivono Gianarelli e Savorelli, un corpo che descrive il processo produttivo suddiviso in tutte le sue fasi: progettazione ideativa e produttiva, raccolta dei materiali, montaggio, edizione e diffusione. Senza mai dimenticare che col digitale chiunque ha a sua disposizione tutti gli strumenti per realizzare la sua storia per immagini, il proprio punto di vista sulle cose raccontato per frame magari pensando, come Majakovski, che se «per voi il cinema è spettacolo, per me è quasi una concezione del mondo».

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