Morti di carta

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Morti di carta
Un giornalista ormai impegnato da anni nella cronaca rosa, abile retore del tubo catodico e noto agitatore delle vite private di altrettanto noti personaggi pubblici – il tipico uomo che dispone di un’interminabile lista di nemici - viene assassinato. A commettere l’omicidio è un professionista, un sicario al soldo di qualche facoltoso rappresentante di quel entourage preso di mira da Ernesto Valdés. Su questa pista si spingono senza remore Petra Delicado e il suo vice Fermín Garzón, fino a quando i cadaveri che si lasciano alle spalle cominceranno a divenire troppo numerosi perché possano essere giustificati da qualche provocazione giornalistica...
Morti di carta è per la Bartlett una prova altalenante. La scrittrice è comunque in ottima compagnia, non è certamente l’unica che in queste pagine ha qualche difficoltà lavorativa. Anche il povero ispettore Delicado procede a tentoni nella trama che la vede ancora una volta protagonista della “nera barceloneta”. Sta il fatto che, a veder bene, di nero ve n’è ben poco. Le morti si susseguono serratissime, proprio come se scaturissero dalle pagine della stampa scandalistica spagnola (e non solo): decessi violenti e grossolani, dei quali raramente il lettore si ricorda una volta terminato di sfogliare il prezioso tabloid. La stessa fatica coglie impreparato il commissariato di Barcellona, che riunisce ben due squadre per far fronte a tanto scempio. Ne consegue una certa disattenzione da parte del nostro ispettore nell’analisi del delitto, troppo intenta a gestire i suoi colleghi, la sua vita famigliare e i pruriti che irrimediabilmente genera la solitudine cronica. È sempre lei, in quanto attore principale, ad avere le giuste intuizioni nel momento di stanca narrativa, riuscendo così a svincolare l’autrice da uno svolgimento delle indagini stantio e tirato per i capelli. Di questo, almeno, bisogna darle atto. Purtroppo anche le scialuppe di salvataggio tipiche del genere sembrano fare acqua da tutte le parti: la città, così cara al noir e al giallo, e il suo assurgersi come minimo a personaggio secondario, non riceve le dovute attenzioni descrittive. Barcellona è inesistente, mentre Madrid è semplicemente abbozzata, così come i personaggi che la abitano (uno su tutti, Maggy). Ugualmente, i famosi dialoghi tra Petra e Fermín non riescono a schiodarsi dai soliti argomenti, perseverano con eccessiva costanza su temi abusati e al limite del cliché. A tal punto che pure i due investigatori arrivano a sentirsi in imbarazzo delle loro continue prese di posizione e dei loro motteggi gratuiti, quasi volessero testimoniare una certa stanchezza a ricadere sempre in tali tematiche, desiderosi di seminare una volta per tutte l’obbligo pressante di gestire i rapporti tra i sessi da un unico punto di vista – il proprio. A rigor di cronaca, non ne saranno in grado. Lo stile della Bartlett è comunque consolidato, la lettura è scorrevole e l’azione – almeno fino a metà romanzo – è incalzante. Menzione finale inoltre per un particolare frangente che riuscirà a regalare una discreta soddisfazione: una scena semplice, in puro stile poliziesco, un brevissimo inseguimento ad armi spiegate saprà riportare il lettore alle grandi attrattive del giallo d’autore e salvare - nel modo al quale più si è abituati se si sa apprezzare il filone – il grande baraccone della serialità tinta di nero.