La legge di Lupo solitario
Massimo Lugli fa il cronista di nera a La Repubblica. Ha realizzato inchieste mica male (ricordate per esempio quando salì a bordo di un aereo con un coltello per mettere a nudo le falle della sicurezza degli aeroporti?) e la strada la conosce bene. Conosce i marciapiedi e la loro gente. Naturale quindi che sappia raccontarla con durezza, energia, verità. E in questo suo romanzo d’esordio lo fa senza risparmiarsi e senza risparmiarci nulla, picchiando duro, pigiando a manetta l’acceleratore del degrado, della violenza, della solitudine. Risse, stupri, droga, AIDS, persino orge sataniche: questo è il teatro nel quale si muove Lupo (un’allusione al famoso latitante maudit Luciano ‘Lupo’ Liboni?), un uomo dalla pelle di cuoio ma ancora capace di emozionarsi. Non conosciamo il suo passato, non sappiamo il nome della città nella quale si muove (potrebbe essere Roma, ma potrebbe essere una qualsiasi metropoli): sappiamo però che è il protagonista coi fiocchi di un romanzo adrenalinico, martellante, spietato nello smascherare segreti e contraddizioni della presunta gente ‘perbene’. E allora la distanza tra un homeless e un primario si assottiglia fino a scomparire, ed entrambi diventano solo bestie, abitanti di una giungla che ha regole semplici e dure. Una giungla popolata anche da una pantera vera, quella che Lugli ripesca dagli archivi della cronaca di una ventina d’anni fa e che trasfigura, fa diventare una forza inarrestabile della Natura, un simbolo, un archetipo.
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