Papaveri neri per Roddick

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Papaveri neri per Roddick
Michael Roddick è lo chef di un rinomato ristorante di Barcellona, che gestisce assieme alla sua figlia adottiva Elena. La visita di un cliente poco gradito riporta a galla il passato di Roddick, che anni prima era un agente segreto della Repubblica Federale Tedesca. La madre di Elena, Natasha, era una bellissima russa coinvolta in un gioco più grande di lei, un gioco pericoloso che sta per tornare come un incubo...
Che il figlio del compianto Manuel Vázquez Montalbán decida di esordire come romanziere abbandonando per un attimo il dorato mondo dello show-business e del cinema, passi. Che decida di dedicarsi al noir (o più precisamente alla spy-story) è qualcosa che già dovrebbe far scattare il nostro fidato senso di ragno quasi come se dietro l’angolo ci fossero Venom e Carnage pronti a farci a polpette. Che il protagonista del suo romanzo, Michael Roddick, viva le sue avventure (ahimé, se ne annuncia una serie intera) tra ironia e gastronomia è davvero troppo, però. Lungi da noi accusare il simpatico Daniel di ‘vampirizzare’ la grande fama del defunto papà per costruirsi una carriera a sua immagine e somiglianza e in qualche modo ‘sostituirlo’ (brrr) nel panorama letterario internazionale, per carità: però qualche meccanismo inibitorio, qualche sistema d’allarme sarebbe dovuto scattare nella sua testa e condurlo a più sani propositi prima ancora di scrivere ‘Capitolo 1’. Quali? Tentare una strada più personale, per esempio. Anche perché i risultati ottenuti con questo Papaveri neri per Roddick sono davvero di qualità discutibile. Uno sfondo storico-politico potenzialmente interessante come la Russia a cavallo tra Gorbaciov e Eltsin non può salvare (leggi: salvarci da) un intreccio stanco, senza colpi di scena (abbondano i presunti tali, in compenso), senza energia, fitto di freddure a prova di sorriso, che vorrebbe ironizzare sui luoghi comuni della spy-story letteraria e cinematografica, smontarne gli stilemi dal di dentro, e fallisce miseramente il compito finendone travolto. La catarsi dell’epilogo, col corollario di uno ‘scontro all’ultimo sangue’ che sta ad un finale appassionante come le scene d’azione de “Il commissario Rocca” stanno a Michael Mann, è al tempo stesso la degna conclusione e un sollievo. Provaci ancora Daniel o non provarci più Daniel?