

30 settembre 1999. Oggi JVC esce di galera dopo dieci anni. E dopo dieci anni torna a Saxophone Street, con in tasca un coltello a serramanico dalla lama nera vecchio di quasi cento anni. Saxophone Street è il buco del culo del mondo: droga, prostituzione, violenza, povertà. E centri commerciali. Li devono aver costruiti mentre lui era dentro, e li hanno riempiti di impianti stereo microscopici e con una qualità sonora ridicola. Cristo, dove sono finiti i
boombox? Quelli sì che erano tempi. In un palazzo in costruzione - o forse è in demolizione? - poco lontano, una ragazzina aspetta stringendosi tra le braccia infreddolita. E' un ex prostituta-bambina, a sette anni spacciava crack, si faceva violentare e leggeva il futuro alle sue compagne. Ora ha sedici anni, ed è appena fuggita da un ospedale psichiatrico nel quale era stata ricoverata dopo aver subito uno stupro e un selvaggio accoltellamento. Lì, nello stesso palazzo dove è ora. Mentre una pattuglia la sta cercando. Charlie Trigger e Samuel Brown sono due vecchi poliziotti: il primo bianco, massiccio, alcolizzato. Il secondo nero, malinconico, un ex pugile. Per Brown la ragazzina è come una figlia, è l'unica che è riuscita a toccare il suo cuore dopo che la moglie e il figlio sono morti, quella che ha acceso una piccola luce nel buio della sua vita. Ma Trigger deve abbandonare la ricerca e lasciare Brown solo, lì, nella zona più pericolosa della città: alla Spaghetteria Uliveto un'imboscata dell'FBI è finita in massacro, e la preda è diventata predatore. L'inafferabile mafioso Tony Aiello ha lasciato a terra tre agenti morti ed è scappato. Guarda caso, a Saxophone Street...
Hard-boiled, cyberpunk, thriller, noir, echi del Vito Corleone di mariopuziana memoria, il celebre monologo di Al Pacino nel film "L'avvocato del diavolo" (e del resto come stupirsi, vista la natura
sulfurea dello pseudonimo dell'autore), Spike Lee, Quentin Tarantino: in Saxophone Street Blues si allude a molto, si dimostra di aver impararato la lezione di tanti, si naviga a vista tra non pochi archetipi. Il pericolo è quello di trovarsi in balia della corrente e fracassarsi sugli scogli del cliché, e Belial questo pericolo - va detto - lo corre più di una volta, complice anche il suo procedere a slogan, a frasi
tranchant che sono sentenze inappellabili, colpi di rasoio, ma anche strumento narrativo un po' abusato. Forse anche grazie alla sua sfrontatezza però l'autore (ragazzo milanese del 1987 che sul suo blog pieno di riferimenti letterari, cinematografici, estetici
giusti ha anche postato un bel numero di autobiografie una più inverosimile dell'altra) governa con talento il timone ed evita imbarazzanti naufragi, regalando ai lettori un libro intenso e violento.