C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo
Il romanzo d'esordio del profeta pop maledetto colombiano, Efraim Medina Reyes, è un vero e proprio manifesto programmatico: un potentissimo wall of sound di sesso, alcol, nichilismo, musica e violenza, ma con un cuore di panna. Amore e morte, si sa, sono intimamente legati, due facce della stesa medaglia: e per un cuore ferito i modelli di riferimento devono essere necessariamente storie d'amore autodistruttive, apocalittiche, disperate, ci suggerisce l'autore. Sospesa tra Bukowski (qui palesemente citato nella sottotrama riguardante la sceneggiatura del film “La morte di Socrate”, con buona pace di Reyes che non ama questo paragone) e Moccia, la sgangherata, malinconica storia di Rep diverte, emoziona, e ci fa rimpiangere gli estremismi sentimentali e non della giovinezza. Ma soprattutto lascia intravedere - nemmeno tanto tra le righe - la grandezza di uno scrittore fra i più interessanti della new wave sudamericana. Nota editoriale interessante: il romanzo, che nel 1997 ha vinto il Premio Nacional de Novela del Ministerio de Cultura colombiano, è stato pubblicato in Italia (nel 2002, anno della prima edizione Feltrinelli) prima che nel mercato anglosassone, europeo e ispanoamericano.
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